E' lo stesso Rawls, infatti, ad inquadrare il pluralismo ragionevole (tratterò in seguito il significato di tale ragionevolezza) come esito del libero esercizio della libera ragione umana in condizioni di libertà: tale natura spontanea del pluralismo fa di tale fenomeno non un qualcosa da eliminare tramite una politica tesa all'omogeneizzazione e alla cancellazione delle differenze, ma un dato di fatto, inevitabile conseguenza del nostro agire liberamente, da affrontare e gestire sulla base di principi che permettano la coesistenza pacifica tra dimensioni differenti che vogliono, comunque, al di là dell'arena di condivisione, conservare le proprie peculiarità.
E' proprio nel tentativo di definire i termini della cooperazione sociale che si possono distinguere chiaramente le posizioni liberali da quelle comunitarie: a) per i primi, essi verranno individuati attraverso il dialogo razionale tra i cittadini che, facendo astrazione dalle loro concezioni del bene controverse, si ritireranno su di un terreno neutro, da cui intraprendere un confronto per il raggiungimento di un accordo neutrale rispetto alle dimensioni etiche particolari, proprie dei soggetti coinvolti; b) per i
comunitari, invece, andranno definiti facendo apertamente ricorso alla concezione del bene comune, propria di una data collettività: i principi politici avranno così un fondamento etico particolare, di valenza contestuale, in quanto derivati dall'irripetibile identità collettiva della comunità di riferimento. Da queste due posizioni si differenziano, a loro volta, le proposte di J. Rawls e J. Habermas, entrambe riconducibili al versante liberale, ma sensibili anche se, come vedremo in seguito, in modo differente alle problematiche introdotte dalla riflessione comunitaria.