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Spazio tesi .
Ultimo aggiornamento: 7 luglio 2000



CAPITOLO III


La risposta liberale neutralista:
Charles Larmore



“Il principio basilare del liberalismo asserisce che lo stato dovrebbe rimanere neutrale rispetto a ideali della vita buona che siano oggetto di disputa e di controversia” [Larmore, 1990, p.10].

Queste parole di Charles Larmore esprimono, efficacemente e sinteticamente, quale sia lo spirito che anima e dà vita alle riflessioni liberali che, di fronte al fatto del pluralismo dei valori e delle concezioni del bene, propongono una convivenza tra soggetti differenti fondata sul rispetto reciproco, dovuto ad ogni individuo in quanto tale, a prescindere dalle sue convinzioni etico-culturali, che non trovano visibilità all'interno della sfera politica, pubblica.



1. Neutralità dello stato liberale

1.1
Alla base della proposta liberale vi è la distinzione, o meglio la spaccatura tra una sfera pubblica (entro cui realizzare la condivisione di norme politiche per la convivenza pacifica, neutrali rispetto alle diverse concezioni del bene proprie dei soggetti coinvolti), ed una sfera privata, invisibile a livello politico, in cui trovano spazio gli orientamenti etici personali su cui non vi è, e non può esservi, un accordo che accomuni tutta una collettività connotata in termini pluralistici.
Più semplicemente possiamo affermare che “mentre il pubblico riguarda tutto ciò che rientra all'interno del sistema politico, il privato concerne tutto ciò che ne è escluso” [Larmore, 1990, p.59].
Già da queste poche parole si evidenzia chiaramente la profonda diversità che intercorre tra la prospettiva liberale e quella comunitaria: là avevamo uno Stato fortemente presente nella vita dei cittadini, nelle loro scelte etiche e culturali, i quali si riconoscevano pienamente, e sotto ogni aspetto, nelle istituzioni chiamate a rappresentarli; qui abbiamo uno stato per il quale non ha rilevanza alcuna l'orizzonte etico di appartenenza dei cittadini, il cui status dipende dai diritti negativi di cui essi godono nei confronti dello stato stesso e dei concittadini.
Se, dunque, il problema cruciale introdotto dal pluralismo dei valori è l'individuazione di una modalità di convivenza pacifica tra soggetti con identità e concezioni del bene differenti, il liberalismo vede come unica risposta possibile, a tali questioni, la neutralità del discorso politico i cui partecipanti, preso atto dell'inconciliabilità delle diverse nozioni di vita buona, cercano un accordo accettabile da tutte le parti in causa, a prescindere dalle loro convinzioni private.
Ecco che l'accordo verrà, in questo modo, raggiunto “senza fare appello alla presunta superiorità intrinseca di qualche particolare concezione del bene” [Larmore, 1990, p.61], garantendo, in qualche modo, ogni gruppo dall'instaurarsi di una politica discriminatoria.

1.2
Tale ricorso alla neutralità viene presentato da Larmore come un modo del tutto naturale di risolvere questioni controverse: “quando vi è disaccordo tra due persone, queste possono adottare una posizione neutrale accantonando, per il momento, le opinioni controverse e continuando a conversare sulla base di tutte le altre loro credenze. [...] La strategia sta nell'astrarre da ciò che è contestato” [Larmore, 1990, p.67].
Mettere tra parentesi le proprie convinzioni, su cui i nostri interlocutori non concordano, permetterebbe, così, di costruire argomenti circa la credenza contestata; argomenti che, essendo fondati su elementi condivisi, potrebbero convincerli della validità della credenza controversa stessa. Inoltre, si potrebbero, in questo modo, aprire nuove angolazioni da cui considerare il problema, nuovi spazi su cui costruire una possibilità d'intesa.

Astrarre da una determinata credenza non implica, secondo Larmore, che essa perda validità per il soggetto, il quale può comunque rimanere convinto della sua verità, pur mettendola da parte ai fini della discussione. Credo che tale precisazione sia importante, in quanto evidenzia come per il liberalismo la neutralità sia un valore prettamente politico. Per usare un'espressione dello stesso Larmore, “se la politica e le decisioni dello stato si devono poter giustificare neutralmente, non è però necessario, per il liberale, che altre istituzioni operino nella società con lo stesso spirito. Per esempio le chiese e le aziende possono perseguire obiettivi (la salvezza, il profitto) che esse ritengono ideali intrinsecamente superiori agli altri” [Larmore, 1990, p.62]. In modo particolare l'impegno neutrale non deve investire i nostri ideali personali che ci permettono di condurre una vita degna di essere vissuta, qualunque cosa ciò voglia dire, all'esterno della sfera politica; in altre parole ciò che Larmore propone è una neutralità valida a livello interpersonale, ma estranea entro una prospettiva intrapersonale. In effetti all'interno di una dimensione sociale ove nessun principio tradizionale può più essere dato per scontato, ma viene messo in discussione dalla coesistenza di prospettive teoriche eterogenee, la neutralità si presenta come lo strumento per raggiungere un accordo su principi politici comuni, che non siano viziati dalla influenza predominante di una particolare concezione del bene. Si può, a questo punto, comprendere pienamente cosa Larmore intenda quando sostiene che “il modo migliore di intendere l'ideale della neutralità è quello di considerarlo come una reazione alla varietà delle concezioni della vita buona” [Larmore, 1990, p.60].



2. “Una giustificazione neutrale della neutralità politica”

2.1
Seguendo tale linea argomentativa, Larmore cerca di dare “una giustificazione neutrale della neutralità politica” non agganciandola a nessun assunto teorico di matrice valoriale, particolare e controverso: la neutralità si proporrebbe così come soluzione alle problematiche introdotte dal “multiculturalismo”, non in quanto fondata sulla superiorità presunta di un qualche valore controverso, ma in quanto efficace strategia procedurale, qualora ci si trovi a discutere in mancanza di un accordo sostanziale su di una determinata concezione del bene.
Siamo giunti, così, ad un'altra importante osservazione che può aiutare a chiarire il senso della tesi liberale proposta da Larmore; molti interventi critici, soprattutto di matrice comunitaria, contro il liberalismo, ne evidenziano un'ambiguità di fondo: “il liberalismo ha sempre esortato alla tolleranza verso ideali e forme di vita diversi dai propri, ma quasi altrettanto spesso ha cercato di giustificare questa posizione facendo appello a qualche particolare e controversa visione della prosperità dell'uomo” [Larmore, 1990, p.67].
Un esempio utile per chiarire tale riflessione si può rintracciare nel tradizionale ricorso al valore dell'autonomia individuale, come base su cui fondare l'attribuzione di eguale rispetto ad ogni individuo, a prescindere dalla sua concezione del bene. Secondo tale prospettiva, in ultima analisi, è la capacità individuale di scelta autonoma ciò che risulta essere degno di rispetto; rispetto che si tradurrebbe nella non interferenza (sia da parte dello stato, che tra individui) con le scelte altrui circa l'adesione a determinati orizzonti di valore e visioni del mondo, proprio in virtù del rispetto dovuto all'autonomia del soggetto che opera tali scelte.

2.2
Per ricostruire il valore dell'autonomia, della scelta autonoma, come capacità più propria di ogni essere umano, il riferimento più significativo è quello alla moralità kantiana. Un'idea, questa, dell'autonomia che possiamo efficacemente riassumere utilizzando queste parole di Larmore: “un uomo diventa pienamente umano solo quando, invece di rimanere soggetto a determinati bisogni e desideri, conforma la sua condotta a una legge che egli stesso emana, e la moralità non è soltanto una forma di questa autolegislazione, ma è anche una legislazione necessaria per raggiungere la nostra piena umanità” [Larmore, 1990, p.47]. Kant partiva dalla constatazione che “l'esperienza non fornisce alcuna idea della felicità e della perfezione che sia condivisa e sufficientemente determinata” [Larmore, 1990, p.95]; di qui l'impossibilità di fondare la moralità (di natura universale) su di una qualche concezione del bene particolare. Ciò cui si deve dare priorità è la nozione interpretativa del giusto che ci indichi il modo in cui agire, non come conseguenza di una contingenza empirica, ma in osservanza di una legge morale categorica, formale ed universalmente valida.
Per comprendere da dove derivi l'adesione kantiana all'ideale dell'autonomia è necessario focalizzare la nostra attenzione sull'individuazione della base motivazionale degli obblighi morali, “ovvero la natura dei motivi che possiamo avere per tentare di ottemperare a quelli che sono i nostri obblighi” [Larmore, 1990, pp.96-97]. Ogni essere umano dovrebbe essere interessato, a prescindere da condizionamenti empirici, ad adempiere i propri doveri (anche se potrebbe, naturalmente, decidere di percorrere strade differenti); detto altrimenti “non possiamo attribuire a qualcuno un obbligo, che gli attiene a prescindere dai suoi interessi empiricamente condizionati, a meno di supporre che egli abbia un interesse empiricamente incondizionato nell'adempierlo” [Larmore, 1990, p.97]. Tale interesse deve essere essenzialmente morale, un interesse che spinga a “compiere il proprio dovere per il dovere stesso”, in quanto ogni altro motivo o finalità sarebbero empiricamente condizionati.
Agire in tal modo per Kant significa agire in modo razionale, ed è proprio nel mettere in atto comportamenti fondati sulla razionalità, che viene realizzato l'ideale dell'autonomia, come fedeltà ad una legge interiore da noi stessi emanata; una legge indubbiamente razionale, essendo proprio la ragione a qualificarci come esseri umani.
L'ideale dell'autonomia si basa su questo interesse incondizionato, un interesse che Kant definisce Vernuftinteresse (ossia, interesse della ragione), poiché ogni essere umano, in quanto essere razionale, “a prescindere dalla sua esperienza passata, è sufficientemente motivato a compiere ciò che ha il dovere morale di compiere” [Larmore, 1990, p.97].
E' sulla base di queste considerazioni che Kant definisce l'ideale di persona, come razionalmente motivata all'adempimento dei propri doveri, e disgiunta da ogni condizionamento empirico; ed è proprio alla luce di questo ideale che Kant si esprime a favore della neutralità politica. Mettere tra parentesi concezioni controverse della vita buona allo scopo di raggiungere un accordo su principi politici comuni non è, secondo Kant, solo un modo per risolvere i problemi introdotti dal pluralismo dei valori, ma esprime quello che dovrebbe essere il nostro stesso ideale personale. Non essendo la nostra volontà condizionata empiricamente, nessuna concezione sostanziale del bene dovrebbe essere posta alla base dell'ordinamento politico: ecco che “la neutralità politica andrebbe interpretata nel senso che essa riflette la diversità essenziale, di cui dovremmo tenere conto, tra la nostra libertà trascendentale e le concezioni, empiricamente condizionate, della vita buona” [Larmore, 1990, p.99]. Quindi all'interno del “ regno dei fini” l'autonomia diviene il valore portante della neutralità politica dello stato e il fondamento del rispetto reciproco tra gli esseri umani, in quanto in grado di compiere scelte razionali.

2.3
Larmore porta una serie di motivazioni a sostegno dell'impraticabilità della strada aperta dalla risposta kantiana; anche se non credo sia questa la sede per approfondire tale ordine di questioni, che ci allontanerebbero dalla strada maestra della nostra riflessione, più di quanto non abbiamo già fatto, ritengo sia interessante notare come tali motivazioni scaturiscano da tentativo di rispondere alla domanda sul perché dovremmo supporre “che se un dovere è universale, ovvero vincolante per tutti, a prescindere dagli interessi empiricamente condizionati di ciascuno, allora ognuno deve avere un motivo indipendente dalle condizioni empiriche per adempierlo” [Larmore, 1990, p.100].
Peraltro tale spaccatura tra moralità e condizioni empiriche non tiene conto delle critiche comunitarie avanzate verso tale modello, ritenuto astratto ed impraticabile: a partire dalle considerazioni di Herder e Hegel, gli oppositori del liberalismo hanno sferrato i loro attacchi criticando proprio l'ideale dell'autonomia e sostenendo che, siccome per nessuno è possibile costruire del tutto autonomamente il proprio modo di vedere il mondo ed i propri obiettivi, “ma anzi si può arrivare a capire se stessi soltanto prendendo parte a tradizioni comuni e a forme sociali, dato che in alcune aree non si dovrebbe nemmeno cercare di raggiungere l'autonomia, il ruolo primario dello stato non deve essere quello di mantenere una certa neutralità, ma piuttosto quello di rappresentare e di promuovere una particolare concezione della vita buona” [Larmore, 1990, p.108].
Tenendo conto di questi elementi, sommariamente presentati, si comprende l'infelicità del tentativo di costruire un argomento a favore della neutralità, fondandolo su di un ideale controverso come quello dell'autonomia, così come si chiarisce la portata e l'importanza dell'impegno di Larmore per trovare una giustificazione neutrale alla neutralità.



3. Conclusione

La neutralità politica risulta, quindi, fondata su di un dialogo razionale tra soggetti differenti, che cercano principi neutrali per la convivenza pacifica; a questo punto Larmore si chiede perché mai questi “dovrebbero sentirsi obbligati a proseguire la conversazione” e non dovrebbero invece “ricorrere ad altri mezzi (la forza, l'inganno) per stabilire dei principi politici” [Larmore, 1990, p.76]. La risposta che Larmore propone si fonda sull'idea di eguale rispetto da attribuire ad ogni essere umano, al di là delle sue nozioni di vita buona; per eguale rispetto qui s'intende il trattare gli altri come nostri pari, come “fini”, per usare una terminologia kantiana, riconoscendo la loro piena dignità di esseri umani. Per usare, ancora una volta, le parole di Larmore, “eguale rispetto [...] vuol dire che per quanto profondo possa essere il nostro disaccordo con gli altri, e per quanto possiamo rifiutare ciò che essi rappresentano, non possiamo trattarli soltanto come oggetti della nostra volontà, ma siamo tenuti a fornire loro una spiegazione per le nostre azioni che si ripercuotono su di loro” [Larmore, 1990, p.78].
Il rispetto, dunque, non risulta connesso alla condivisione o all'accordo di opinioni, ma alla comprensione della valenza alternativa di diversi sistemi di valori: così possiamo intendere perché rispettare una persona significhi “ritenerla capace di elaborare credenze che noi rispetteremmo” [Larmore, 1990, p.80].
Ed è proprio sulla base di tale convinzione che è possibile intraprendere un dialogo razionale, che metta in evidenza la natura reciproca del rispetto, quale base per la convivenza entro un contesto sociale “multiculturale”.

Ecco, quindi, come l'idea di neutralità politica si fonda sull'immagine di un dialogo razionale, tra soggetti con concezioni del bene differenti che, mettendo da parte le convinzioni controverse, retrocedono su di un terreno neutro al fine di definire, nel rispetto reciproco, un accordo politico di convivenza pacifica, che si fondi su principi accettabili da tutte le parti in causa.



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