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Il corpo d'eccezione e la cittadinanza intrasmissibile nell'Algeria colonialedi Sidi Mohammed BarkatTraduzione di Dino Costantini. Printed version in Tumultes, n. 21-22, 2003, pp. 181-192. I Elisée Sabatier 1,
difensore inflessibile della colonizzazione, pubblica il primo marzo
1938 sulla Revue des deux mondes un articolo scritto allo scopo
di contrastare il progetto di legge depositato dal governo Blum. Il
progetto, che riprendeva una iniziativa del senatore repubblicano-socialista
Maurice Viollette, già governatore generale dell'Algeria e sensibile
alle rivendicazioni dei colonizzati, proponeva di ammettere alla cittadinanza,
a titolo individuale e senza rinunciare allo statuto personale di "diritto
musulmano", i membri di alcune specifiche e poco numerose categorie
di indigeni (indigènes), categorie definite secondo dei
criteri selettivi basati sul titolo, la funzione o lo statuto sociale.
Sabatier e i numerosi contestatori di questa timida iniziativa l'avranno
facilmente vinta poiché il progetto sarà abbandonato senza
neppure essere discusso all'interno di una seduta plenaria del parlamento. L'obiettivo della critica di Sabatier consiste per l'essenziale nel ricordare al pubblico i risultati positivi ottenuti dalla politica coloniale su due piani fondamentali: in primo luogo su quello della salvaguardia delle proprietà morali della nazione 2; in secondo luogo su quello della preservazione della integrità della sovranità nazionale 3- essendo il secondo punto concepito come il risultato o la conseguenza del primo. L'obiettivo fondamentale di Sabatier è quello di convincere dell'efficacia dell'uso politico di metodi giuridici e amministrativi, in difesa della specificità della nazione e della sua potenza sovrana. Sostanzialmente, all'interno di questa critica viene messo in exergo il ruolo fondamentale che lo Stato e la legge devono continuare a giocare al fine di garantire la vita morale della nazione, ovvero al fine di proteggere le condizioni simboliche della sua riproduzione dalla presenza di elementi non adatti ad essa, e capaci di introdurvi una corruzione dei valori 4 con prevedibili effetti sulla salute del corpo politico. Attraverso le parole di questo eminente rappresentante della colonizzazione, viene dunque messo l'accento su di una dimensione costante della colonizzazione di cui si ribadisce l'attualità. La subordinazione della legittimità dell'acquisizione della cittadinanza alla consistenza morale del gruppo al quale si appartiene, può essere detta fondamentale, nel senso in cui essa costituisce il fondamento o la base dell'intero edificio istituzionale che determina lo statuto dei colonizzati nel seno della nazione e giustifica il regime di eccezione nel quale essi saranno costantemente rinchiusi. Il ruolo decisivo attribuito alla morale del gruppo introduce una nuova misura della capacità politica. Il giudizio sulla capacità politica passa attraverso il giudizio sul valore morale. Capacità politica e valore morale fanno tutt'uno, poichè la forza morale si confonde con la potenza politica. Ci troviamo qui di fronte ad un'esigenza capitale, quella di perpetuare lo sconvolgimento introdotto dal senato-consulto del 14 luglio 1865 nella concezione stessa della politica 5. Attraverso di esso la politica risulta per la massa dei colonizzati, sbarrata, bloccata o immobilizzata. Non è più in rapporto alla questione dell'eguaglianza che si definisce la politica. La questione dell'uguaglianza appare preliminarmente sottomessa ad un giudizio di valore, quello riguardante la valutazione della qualità morale, una questione che si rapporta quindi al vero o al bene, una questione in definitiva chiusa su se stessa 6. II Il decreto del 4 marzo 1848
, che dichiara l'Algeria parte integrante del territorio francese trasforma
la conquista in una colonizzazione di popolamento 7,
facendone nel contempo mutare gli obiettivi; l'interrogazione che si
impone naturalmente allo Stato conquistatore non è più
solamente quella dello sfruttamento - che cosa fare di questo paese
e delle sue ricchezze? - essa concerne ugualmente lo statuto da attribuire
alla sua popolazione - che fare degli uomini e delle donne che vi vivevano
prima della conquista? La nuova interrogazione è presa in considerazione
non solamente da un punto di vista economico, ma ancora una volta da
quello della politica, una politica altra sia rispetto alla dominazione
che rispetto all'assimilazione pura e semplice. L'introduzione in Francia
del suffragio universale maschile nel 1848, rende urgente la determinazione
della posizione che devono occupare queste popolazioni divenute francesi
in relazione al corpo politico. Con la sconfessione dell'esercito ed
il passaggio di potere ai civili verso il 1870, si impone la necessità
di determinare la posizione del colonizzato in relazione al corpo politico.
Lo spirito del legislatore del 1865 comincia da questo momento a prevalere;
esso si fonda sulla valutazione della capacità morale dei colonizzati
di vivere in società, cioè a dire sulla valutazione del
loro grado (degré) di umanità. Il valore dei colonizzati,
così stimato, diviene la chiave della rappresentazione coloniale
che divide la nazione in due sottoinsiemi politicamente diseguali: una
forza viva, sovrana e naturalmente tutelare, e una popolazione socialmente
sregolata, messa per conseguenza e altrettanto naturalmente sotto tutela. III L'insieme di questa politica procede così da una certa logica o razionalità. Lo Stato fonda la sua azione su di un edificio concettuale che privilegia l'idea secondo la quale la nazione si deve opporre fermamente all'elevazione alla qualità di cittadini di coloro che sarebbero inadatti alla politica, cioè a dire di quegli individui che si ritengono incapaci di vivere normalmente la condizione umana: della massa dei colonizzati. Questo quadro intellettuale impone di concepire l'inattitudine a godere o a esercitare il diritto di essere cittadino come l'effetto di una alterazione delle facoltà soggettive. Questa alterazione non concerne unicamente degli individui presi singolarmente, ma un intero gruppo, una massa percepita dal punto di vista della propria riproduzione. L'alterazione in questione, iscrivendosi in una logica di trasmissione ereditaria, si trasmetterebbe così di generazione in generazione. La questione della sovranità è così inserita nel quadro di una politica complessiva di preservazione della qualità morale della nazione, cui è sottesa una specifica concezione della trasmissione ereditaria delle caratteristiche proprie alla massa indigena 9. Mai nominata in quanto tale,
la trasmissione ereditaria diviene tuttavia, a partire dall'identificazione
della nazione autentica attraverso la morale, il riferimento essenziale
della politica di difesa della sovranità. La politica di conservazione
della forza sovrana fondata sulla preservazione della morale costruisce
così, conferendole l'autorità di ciò che deve essere
tenuto per vero, l'idea che lo statuto personale di "diritto musulmano"al
quale restano inscindibilmente attaccati i colonizzati sia portatore
di fattori culturali responsabili di un comportamento ereditario
non conforme alla morale e alla ragione. L'inscindibile legame degli
indigeni al loro statuto personale equivale, nello spirito dei promotori
della nuova politica coloniale, a una sorta di trasferimento perpetuo
di un patrimonio culturale all'interno di un processo di trasmissione
esatta alle generazioni successive dei caratteri specifici del sottoinsieme
indigeno. I comportamenti giudicati immorali o asociali non si spiegano
attraverso considerazioni oggettive (spiegazioni di tipo economico,
sociologico, etc.), ma a partire dall'idea secondo la quale essi sarebbero
la conseguenza dell'inclinazione ereditaria degli indigeni ad allontanarsi
dalle regole sociali di base fondate sulla ragione e indispensabili
alla riproduzione dell'intera società. Questa inclinazione è
facilmente identificabile, poiché essa costituisce una semplice
conseguenza all'interno di uno schema deduttivo che finisce per divenire
canonico e che, da una parte dichiara patologico il comportamento degli
indigeni a partire dalla loro sottomissione ad un corpus normativo
giudicato improprio e d'altra parte imputa a questa patologia un carattere
duraturo, a partire dalla logica della trasmissione perpetua di questo
corpus. IV Senza dubbio non abbiamo ancora preso le misure di ciò che implica questo nuovo dispositivo politico. In effetti, se pure le forze mobilizzate dallo Stato coloniale hanno per obiettivo di tenere a distanza la massa indigena al fine di salvaguardare la nazione dalla sua determinazione negativa, rimane che questa messa a distanza non si confonde affatto con un semplice rapporto di esclusione. La discendenza indigena non si presenta qui come una realtà oggettiva che si tratterebbe semplicemente di mantenere al di là della linea di faglia. Tenere a distanza questa discendenza vuol dire altresì fabbricare i dispositivi giuridici, gli aggiustamenti amministrativi e le azioni di polizia o militari necessarie alla sua costruzione sociale in quanto discendenza inautentica, inadeguata o non conforme alle norme in vigore all'interno della nazione. A partire da ciò appare chiaramente che la posizione occupata dagli indigeni all'interno della nazione non è tanto un effetto del loro essere legati allo statuto personale di "diritto musulmano" quanto piuttosto è la conseguenza del giudizio portato dallo Stato sulla discendenza alla quale essi appartengono e della politica di eccezione che lo stato esercita contro di essa. La singolarità della politica coloniale a partire dagli anni '70 del XIX secolo risiede nel fatto che i colonizzati sono concepiti dall'organizzazione statale come corpi cui è ampiamente sottratta la dimensione simbolica, corpi che rinviano necessariamente ad un dispositivo peculiare di controllo amministrativo e poliziesco. L'immagine dei corpi indigeni sottomessi al regime d'eccezione - cioè a dire l'immagine del corpo d'eccezione - dipende inizialmente e principalmente dal dispositivo politico coloniale prima di avere un qualunque rapporto con l'esistenza stessa dei colonizzati. E' proprio perché lo Stato ha promosso una concezione della discendenza indigena secondo la quale essa si riproduce sulla base della sua inscrizione in una trasmissione ereditaria incapace di umanizzare correttamente, che ha potuto fare della salvaguardia del corpo politico costituito dalla nazione autentica l'essenza stessa della sua politica. La forza del dispositivo coloniale deriva dal fatto che esso instaura una ambiguità, che d'altronde da allora non è stata mai superata, attorno al valore delle istituzioni dei colonizzati: la rappresentazione di un patrimonio ereditario propriamente indigeno costruita dalla politica statale è presentata come l'immagine fedele di un fatto oggettivo, come la realtà in se stessa. E' questa prolungata confusione tra la realtà e la sua immagine statale (étatique) che permette di rappresentarsi un oggetto costruito - la finzione di una discendenza ribelle a ogni vita in società e a ciò determinata dalla trasmissione di un patrimonio ereditario patogeno - come una realtà oggettiva che è necessario isolare e di cui bisogna ridurre gli effetti nocivi sul processo di riproduzione della società autentica. La garanzia dell'integrità o della pienezza della riproduzione della discendenza autentica passa attraverso il controllo di quella che autentica non è. Il controllo delle condizioni politiche che presiedono alla riproduzione sociale della continuità della nazione presuppone che si domini e si contenga la discendenza inautentica. Questo doppio movimento di salvaguardia e di dominazione non potrebbe attuarsi senza una deformazione del senso stesso della politica la cui posta in gioco diviene la trasmissione di un patrimonio ereditario. Se vogliamo avere un'idea chiara di ciò che è lo Stato di diritto coloniale, bisogna tenere in considerazione il fatto che questo legame tra trasmissione di un patrimonio ereditario e politica costituisce la base da cui proviene essenzialmente la legittimità della sua azione. V Se vogliamo evitare l'ostacolo sul quale il pensiero viene qui necessariamente ad inciampare appare dunque necessario superare i pregiudizi abituali sulla politica storicamente promossa dallo stato di diritto per prendere in considerazione la sua struttura contraddittoria, assieme democratica ed antidemocratica. Si potrebbe in questo modo comprendere perché, nello stesso momento in cui si impegnerà in direzione di un'azione in favore dell'estensione egualitaria dei diritti politici e civili 10, lo Stato non sfuggirà alle necessità insite nella concezione della politica che ha continuamente riproposto nel corso di tutta la storia della colonizzazione algerina. E' in particolare una disposizione messa in opera in questo periodo riguardante lo statuto delle persone, ad essere presentata come una misura di progresso. La misura mira in effetti a realizzare l'antico progetto di Viollette, attribuendo ad una parte degli indigeni (che da questo momento saranno dei "Francesi musulmani") la totalità dei diritti politici, senza rinuncia allo statuto personale. La cittadinanza viene concessa senza rinuncia allo statuto, come era già stato fatto nei comuni di "pieno esercizio" del Sénégal 11. Ciononostante, l'osservatore che non si lasci abbagliare dai discorsi propagandistici che accompagnano abitualmente simili testi, noterà che la misura in questione resta in realtà senza ambiguità all'interno del quadro generale della salvaguardia della autenticità della nazione. L'ordinanza adottata il 7 marzo 1944 dal Comité français de libération nationale, futuro Gouvernement provisoire de la République française, prevede all'articolo 3 la creazione di una nuova categoria di persone: i "cittadini francesi a titolo personale" (citoyens français à titre personnel). L'articolo dispone che questi nuovi cittadini "siano iscritti sulle stesse liste elettorali dei cittadini non musulmani e che partecipino agli stessi scrutini". Questo testo non concerne evidentemente l'insieme dei colonizzati, ma qualche categoria di "Francesi musulmani", di cui ci si sarà assicurati che abbiano testimoniato la loro adesione alle istituzioni del paese colonizzatore e alla sua politica. Su 7 milioni di indigeni, solo 65.000 sono presi di mira da questo dispositivo. Questa prima limitazione di carattere quantitativo appartiene naturalmente alla logica generale dell'esclusione degli indigeni in un ambiente coloniale. Ben più espressiva e rivelatrice della specificità dei meccanismi messi in opera in Algeria è la seconda restrizione, interamente contenuta nell'espressione "à titre personnel". La nuova cittadinanza si specifica come legata ad una certa qualità appartenente singolarmente alla persona. Il carattere personale di questa cittadinanza implica la decisiva conseguenza della sua non trasmissibilità. Lungi dall'apparire come una semplice mostruosità giuridica, l'esistenza di questa categoria non shocka né la ragione né la morale correnti. Al contrario essa si inserisce naturalmente all'interno della concezione della trasmissione ereditaria di un patrimonio indigeno, concezione di cui rivela allo stesso tempo l'efficacia politica. La concessione della cittadinanza a certe categorie di indigeni selezionate in maniera esplicita ed esclusiva, implica la rigorosa negazione della sua trasmissione alla loro progenie. In tale modo i discendenti dei membri di queste categorie si trovano privati del beneficio dello ius sanguinis, peraltro ufficialmente riconosciuto. Abbiamo qui a che fare con una misura di profilassi politica: l'obiettivo consiste nel proteggere la nazione autentica contro i pericoli di denaturazione suscitati dai discendenti di questi nuovi cittadini ancora retti dallo statuto personale, istituzione responsabile della produzione di caratteri ereditari presupposti come incompatibili con la vita in società. I figli di questi nuovi cittadini, nei quali si sospetta una alterazione ereditaria grave del comportamento e della soggettività, sono dunque puramente e semplicemente piazzati al di fuori del circuito che conduce alla cittadinanza, attraverso un intervento mirato delle istanze giuridiche dello Stato. Vi è in questo movimento un autentico ribaltamento dei criteri abituali di differenziazione umana che separano i bambini dagli adulti. Il bambino non è rappresentato come un essere indeterminato, un essere potenziale. E' innanzitutto considerato come un corpo sottomesso ad una predestinazione storica, una sorta di indigeno adulto sotto la forma di un modello ridotto. Non è un essere in potenza. La negazione della sua potenzialità equivale esattamente alla negazione di ogni possibile evento emancipatore. In quanto indigeno, è proibito al bambino colonizzato di aprirsi al possibile. Senza dubbio questa determinazione inflessibile del bambino è l'espressione più radicale e più insopportabile della chiusura implacabile, senza remissione, del colonizzato e della sua discendenza nella sua condizione di paria. Questa immagine dell'indigeno consuma le possibilità di un'esistenza che si cancella davanti all'egemonia di una metafisica stupefacente. In questa immagine l'essere indigeno non è differenziato, ed è rappresentato come sottomesso ad un corpo indisciplinato per effetto di una istituzione corrotta. E' in questo senso che si può parlare di una essenza dell'indigeno. L'immagine istituita del colonizzato in quanto membro di una discendenza chiusa su se stessa, incapace di aprirsi umanamente agli altri, è la rappresentazione stessa dell'essenza dell'indigeno. VI Non sarà facile comprendere il vero senso dell'ordinanza del 7 marzo 1944, così come non sarà possibile comprendere la ragione per la quale essa fu promulgata senza grande difficoltà nonostante la pretesa "rivoluzione" che essa sembrava introdurre nello statuto delle persone, fino a che la si legherà ai soli domini della politica dell'esclusione o dell'ineguaglianza giuridica. E' chiaro che con la costruzione della categoria di citoyens français à titre personnel, non ci troviamo di fronte ad una operazione marginale o periferica, come si potrebbe pensare, né ad una necessità alla quale ci si trova costretti a sottomettersi controvoglia. La protezione della discendenza autentica attraverso la messa a distanza radicale della discendenza indigena costituisce al contrario una riaffermazione della politica complessiva di fortificazione della nazione autentica e della sua potenza sovrana. All'interno di questo specifico contesto, l'indigeno che viene "elevato" al rango di cittadino "all'interno dello statuto" deve rispondere alla stima manifestata nei suoi confronti attraverso questa misura, rinunciando al diritto fondamentale di trasmettere la cittadinanza alla sua discendenza. Detto in altri termini, ogni apertura del campo della cittadinanza, per quanto limitata possa essere, non può farsi in realtà che nella prospettiva di una conferma della struttura antidemocratica propria dello Stato di diritto, e della sua accettazione da parte dello stesso indigeno emancipato. E' proprio in quanto partecipa di questa riaffermazione della politica di salvaguardia della nazione che l'ordinanza del 7 marzo 1944 deve essere annoverata all'interno della genealogia dei testi giuridici inaugurata dal senato consulto del 14 luglio 1865 che non solamente ha prodotto i colonizzati in quanto indigeni, ovvero in quanto francesi di seconda classe, ma inoltre li ha fabbricati in quanto corpi d'eccezione. La costruzione del corpo d'eccezione - che presuppone la discriminazione fondamentale ratificata dal senato consulto del 14 luglio 1865, così come il regime d'eccezione che culmina nella politica di terrore organizzata dallo Stato (in particolare nella regione di Constantine nel 1945 e gli eccessi commessi tra il 1954 e il 1962) - si fonda sull'ammissione della necessità di una nuova politica statale, capace di rendere possibile la vita della nazione in un ambiente che si suppone ostile. E' questa la ragione per la quale non è possibile comprendere la funzione di asservimento e di morte esercitata dallo Stato di diritto coloniale fino a che la si mantiene al di fuori di ciò che la legittima: la volontà politica manifesta di garantire i diritti fondamentali di una discendenza giudicata autenticamente umana - ed in particolare il diritto alla libertà ed alla vita morale - di contro all'ostilità immaginata di una discendenza dichiarata tirannica nella sua essenza. Parigi,
Collège international de philosophie, settembre - ottobre 2002.
Note 1.
" Les problèmes algériens. Les droits électoraux
des indigènes musulmans ", in Algérie 1830-1862,
Jeanne Caussé et Bruno de Cessole (sous la dir.), Paris, Maisonneuve
et Larose/Valmonde, coll. " Les Trésors retrouvés
de la Revue des Deux Mondes ", 1999, pp. 457-466. |
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