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a cura di Maria Chiara Pievatolo pievatolo@dsp.unipi.it
Nico De Federicis pievatolo@dsp.unipi.it .
Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2004


Il corpo d'eccezione e la cittadinanza intrasmissibile nell'Algeria coloniale

di Sidi Mohammed Barkat



Traduzione di Dino Costantini.
Printed version in Tumultes, n. 21-22, 2003, pp. 181-192.




I

Elisée Sabatier 1, difensore inflessibile della colonizzazione, pubblica il primo marzo 1938 sulla Revue des deux mondes un articolo scritto allo scopo di contrastare il progetto di legge depositato dal governo Blum. Il progetto, che riprendeva una iniziativa del senatore repubblicano-socialista Maurice Viollette, già governatore generale dell'Algeria e sensibile alle rivendicazioni dei colonizzati, proponeva di ammettere alla cittadinanza, a titolo individuale e senza rinunciare allo statuto personale di "diritto musulmano", i membri di alcune specifiche e poco numerose categorie di indigeni (indigènes), categorie definite secondo dei criteri selettivi basati sul titolo, la funzione o lo statuto sociale. Sabatier e i numerosi contestatori di questa timida iniziativa l'avranno facilmente vinta poiché il progetto sarà abbandonato senza neppure essere discusso all'interno di una seduta plenaria del parlamento.

L'obiettivo della critica di Sabatier consiste per l'essenziale nel ricordare al pubblico i risultati positivi ottenuti dalla politica coloniale su due piani fondamentali: in primo luogo su quello della salvaguardia delle proprietà morali della nazione 2; in secondo luogo su quello della preservazione della integrità della sovranità nazionale 3- essendo il secondo punto concepito come il risultato o la conseguenza del primo. L'obiettivo fondamentale di Sabatier è quello di convincere dell'efficacia dell'uso politico di metodi giuridici e amministrativi, in difesa della specificità della nazione e della sua potenza sovrana. Sostanzialmente, all'interno di questa critica viene messo in exergo il ruolo fondamentale che lo Stato e la legge devono continuare a giocare al fine di garantire la vita morale della nazione, ovvero al fine di proteggere le condizioni simboliche della sua riproduzione dalla presenza di elementi non adatti ad essa, e capaci di introdurvi una corruzione dei valori 4 con prevedibili effetti sulla salute del corpo politico. Attraverso le parole di questo eminente rappresentante della colonizzazione, viene dunque messo l'accento su di una dimensione costante della colonizzazione di cui si ribadisce l'attualità. La subordinazione della legittimità dell'acquisizione della cittadinanza alla consistenza morale del gruppo al quale si appartiene, può essere detta fondamentale, nel senso in cui essa costituisce il fondamento o la base dell'intero edificio istituzionale che determina lo statuto dei colonizzati nel seno della nazione e giustifica il regime di eccezione nel quale essi saranno costantemente rinchiusi. Il ruolo decisivo attribuito alla morale del gruppo introduce una nuova misura della capacità politica. Il giudizio sulla capacità politica passa attraverso il giudizio sul valore morale. Capacità politica e valore morale fanno tutt'uno, poichè la forza morale si confonde con la potenza politica.

Ci troviamo qui di fronte ad un'esigenza capitale, quella di perpetuare lo sconvolgimento introdotto dal senato-consulto del 14 luglio 1865 nella concezione stessa della politica 5. Attraverso di esso la politica risulta per la massa dei colonizzati, sbarrata, bloccata o immobilizzata. Non è più in rapporto alla questione dell'eguaglianza che si definisce la politica. La questione dell'uguaglianza appare preliminarmente sottomessa ad un giudizio di valore, quello riguardante la valutazione della qualità morale, una questione che si rapporta quindi al vero o al bene, una questione in definitiva chiusa su se stessa 6.

II

Il decreto del 4 marzo 1848 , che dichiara l'Algeria parte integrante del territorio francese trasforma la conquista in una colonizzazione di popolamento 7, facendone nel contempo mutare gli obiettivi; l'interrogazione che si impone naturalmente allo Stato conquistatore non è più solamente quella dello sfruttamento - che cosa fare di questo paese e delle sue ricchezze? - essa concerne ugualmente lo statuto da attribuire alla sua popolazione - che fare degli uomini e delle donne che vi vivevano prima della conquista? La nuova interrogazione è presa in considerazione non solamente da un punto di vista economico, ma ancora una volta da quello della politica, una politica altra sia rispetto alla dominazione che rispetto all'assimilazione pura e semplice. L'introduzione in Francia del suffragio universale maschile nel 1848, rende urgente la determinazione della posizione che devono occupare queste popolazioni divenute francesi in relazione al corpo politico. Con la sconfessione dell'esercito ed il passaggio di potere ai civili verso il 1870, si impone la necessità di determinare la posizione del colonizzato in relazione al corpo politico. Lo spirito del legislatore del 1865 comincia da questo momento a prevalere; esso si fonda sulla valutazione della capacità morale dei colonizzati di vivere in società, cioè a dire sulla valutazione del loro grado (degré) di umanità. Il valore dei colonizzati, così stimato, diviene la chiave della rappresentazione coloniale che divide la nazione in due sottoinsiemi politicamente diseguali: una forza viva, sovrana e naturalmente tutelare, e una popolazione socialmente sregolata, messa per conseguenza e altrettanto naturalmente sotto tutela.
Per i promotori della concezione colonialista, come Sabatier, il grande merito della politica coloniale è di distinguere questi due sottoinsiemi e di privilegiare quello la cui qualità morale è attestata. Allo stesso tempo essa promuove l'idea che sia necessario proteggere il sottoinsieme privilegiato, facendone l'oggetto di una attenzione particolare. Il sottoinsieme in questione coincide con la nazione autentica e diviene il punto di riferimento ultimo di una politica statale inedita. All'interno di questo quadro moralità e sovranità si mescolano intimamente, al punto che la politica dello Stato può definirsi in definitiva come la capacità di realizzare questa associazione o combinazione e di rappresentarne l'unità come una verità evidente, una verità presentata come indiscutibile. Tanto la legislazione che l'amministrazione e la polizia devono dunque mettersi al servizio di questa nuova politica al fine di garantire l'integrità morale della nazione. Il governo dello Stato viene a confondersi con l'arte di salvaguardare il vero valore della nazione, ovvero la vita simbolica del sottoinsieme della nazione che lo rappresenta. Questa trasformazione fa dello Stato il responsabile di questo valore: uno dei suoi compiti principali consiste nel proteggere e nel rinforzare la parte della nazione la cui vita appare conforme alla morale. Per fare ciò è necessario che lo Stato veda nella condizione morale di questa parte della nazione assieme la causa della propria appartenenza all'universo della ragione e la condizione del vigore e del rinforzarsi della sovranità che egli incarna. A partire da questo momento i cambiamenti che influenzano la salute del corpo sovrano dipendono direttamente dalle variazioni che toccano l'ordine morale o la qualità morale della nazione.

III

L'insieme di questa politica procede così da una certa logica o razionalità. Lo Stato fonda la sua azione su di un edificio concettuale che privilegia l'idea secondo la quale la nazione si deve opporre fermamente all'elevazione alla qualità di cittadini di coloro che sarebbero inadatti alla politica, cioè a dire di quegli individui che si ritengono incapaci di vivere normalmente la condizione umana: della massa dei colonizzati. Questo quadro intellettuale impone di concepire l'inattitudine a godere o a esercitare il diritto di essere cittadino come l'effetto di una alterazione delle facoltà soggettive. Questa alterazione non concerne unicamente degli individui presi singolarmente, ma un intero gruppo, una massa percepita dal punto di vista della propria riproduzione. L'alterazione in questione, iscrivendosi in una logica di trasmissione ereditaria, si trasmetterebbe così di generazione in generazione. La questione della sovranità è così inserita nel quadro di una politica complessiva di preservazione della qualità morale della nazione, cui è sottesa una specifica concezione della trasmissione ereditaria delle caratteristiche proprie alla massa indigena 9.

Mai nominata in quanto tale, la trasmissione ereditaria diviene tuttavia, a partire dall'identificazione della nazione autentica attraverso la morale, il riferimento essenziale della politica di difesa della sovranità. La politica di conservazione della forza sovrana fondata sulla preservazione della morale costruisce così, conferendole l'autorità di ciò che deve essere tenuto per vero, l'idea che lo statuto personale di "diritto musulmano"al quale restano inscindibilmente attaccati i colonizzati sia portatore di fattori culturali responsabili di un comportamento ereditario non conforme alla morale e alla ragione. L'inscindibile legame degli indigeni al loro statuto personale equivale, nello spirito dei promotori della nuova politica coloniale, a una sorta di trasferimento perpetuo di un patrimonio culturale all'interno di un processo di trasmissione esatta alle generazioni successive dei caratteri specifici del sottoinsieme indigeno. I comportamenti giudicati immorali o asociali non si spiegano attraverso considerazioni oggettive (spiegazioni di tipo economico, sociologico, etc.), ma a partire dall'idea secondo la quale essi sarebbero la conseguenza dell'inclinazione ereditaria degli indigeni ad allontanarsi dalle regole sociali di base fondate sulla ragione e indispensabili alla riproduzione dell'intera società. Questa inclinazione è facilmente identificabile, poiché essa costituisce una semplice conseguenza all'interno di uno schema deduttivo che finisce per divenire canonico e che, da una parte dichiara patologico il comportamento degli indigeni a partire dalla loro sottomissione ad un corpus normativo giudicato improprio e d'altra parte imputa a questa patologia un carattere duraturo, a partire dalla logica della trasmissione perpetua di questo corpus.
Nello stesso tempo la nazione autentica viene a definirsi come un insieme umano la cui caratteristica principale risiede nel fatto che i meccanismi che determinano la sua riproduzione sfuggono all'influenza delle istituzioni indigene, ritenute corrotte. Il discorso che articola in un legame intimo i comportamenti sociali e la trasmissione di un patrimonio istituzionale determinato, svolge allora una funzione eminentemente politica, poiché i sotto-insiemi che costituiscono la nazione trovano in esso le condizioni intellettuali e normative della loro identificazione. L'azione politica dello Stato può avere ora come obiettivo di impedire che la trasmissione ereditaria di parte indigena venga a corrompere la riproduzione sociale. La politica così specificata, non consiste in effetti nel dare battaglia a dei nemici esterni od interni, a condurre una guerra offensiva, ma a tracciare delle linee di demarcazione, a consolidare delle frontiere, a costruire delle fortificazioni al fine di assicurarsi della perennità dell'ordine simbolico della nazione. La difesa della salute del corpo sovrano attraverso la salvaguardia della sua integrità morale passa per una vasta operazione di costruzione di sbarramenti, che inscrive in profondità nelle istituzioni il principio di una inclusione/esclusione, il principio secondo il quale la linea di divisione ormai interna tra un "noi" sicurizzante e un "loro" poco affidabile non presuppone alcun conflitto aperto, ma solamente la protezione giuridica, amministrativa e poliziesca di questa separazione. Il ricorso a un diritto speciale, alle tecniche della repressione e del controllo, all'azione poliziesca o militare violenta (alle volte perpetrata da civili) tutto questo partecipa di una medesima politica coloniale di conservazione del cordone sanitario indispensabile a mantenere a distanza la discendenza (filiation) indigena e il suo patrimonio ereditario. L'insieme della storia dell'emancipazione degli indigeni per mano dello Stato coloniale, notevole per il suo carattere singolarmente velleitario, è marcata dall'incapacità dello Stato di trascendere questa concezione della politica, divenuta irreversibilmente strutturale.

IV

Senza dubbio non abbiamo ancora preso le misure di ciò che implica questo nuovo dispositivo politico. In effetti, se pure le forze mobilizzate dallo Stato coloniale hanno per obiettivo di tenere a distanza la massa indigena al fine di salvaguardare la nazione dalla sua determinazione negativa, rimane che questa messa a distanza non si confonde affatto con un semplice rapporto di esclusione. La discendenza indigena non si presenta qui come una realtà oggettiva che si tratterebbe semplicemente di mantenere al di là della linea di faglia. Tenere a distanza questa discendenza vuol dire altresì fabbricare i dispositivi giuridici, gli aggiustamenti amministrativi e le azioni di polizia o militari necessarie alla sua costruzione sociale in quanto discendenza inautentica, inadeguata o non conforme alle norme in vigore all'interno della nazione. A partire da ciò appare chiaramente che la posizione occupata dagli indigeni all'interno della nazione non è tanto un effetto del loro essere legati allo statuto personale di "diritto musulmano" quanto piuttosto è la conseguenza del giudizio portato dallo Stato sulla discendenza alla quale essi appartengono e della politica di eccezione che lo stato esercita contro di essa. La singolarità della politica coloniale a partire dagli anni '70 del XIX secolo risiede nel fatto che i colonizzati sono concepiti dall'organizzazione statale come corpi cui è ampiamente sottratta la dimensione simbolica, corpi che rinviano necessariamente ad un dispositivo peculiare di controllo amministrativo e poliziesco. L'immagine dei corpi indigeni sottomessi al regime d'eccezione - cioè a dire l'immagine del corpo d'eccezione - dipende inizialmente e principalmente dal dispositivo politico coloniale prima di avere un qualunque rapporto con l'esistenza stessa dei colonizzati. E' proprio perché lo Stato ha promosso una concezione della discendenza indigena secondo la quale essa si riproduce sulla base della sua inscrizione in una trasmissione ereditaria incapace di umanizzare correttamente, che ha potuto fare della salvaguardia del corpo politico costituito dalla nazione autentica l'essenza stessa della sua politica.

La forza del dispositivo coloniale deriva dal fatto che esso instaura una ambiguità, che d'altronde da allora non è stata mai superata, attorno al valore delle istituzioni dei colonizzati: la rappresentazione di un patrimonio ereditario propriamente indigeno costruita dalla politica statale è presentata come l'immagine fedele di un fatto oggettivo, come la realtà in se stessa. E' questa prolungata confusione tra la realtà e la sua immagine statale (étatique) che permette di rappresentarsi un oggetto costruito - la finzione di una discendenza ribelle a ogni vita in società e a ciò determinata dalla trasmissione di un patrimonio ereditario patogeno - come una realtà oggettiva che è necessario isolare e di cui bisogna ridurre gli effetti nocivi sul processo di riproduzione della società autentica. La garanzia dell'integrità o della pienezza della riproduzione della discendenza autentica passa attraverso il controllo di quella che autentica non è. Il controllo delle condizioni politiche che presiedono alla riproduzione sociale della continuità della nazione presuppone che si domini e si contenga la discendenza inautentica. Questo doppio movimento di salvaguardia e di dominazione non potrebbe attuarsi senza una deformazione del senso stesso della politica la cui posta in gioco diviene la trasmissione di un patrimonio ereditario. Se vogliamo avere un'idea chiara di ciò che è lo Stato di diritto coloniale, bisogna tenere in considerazione il fatto che questo legame tra trasmissione di un patrimonio ereditario e politica costituisce la base da cui proviene essenzialmente la legittimità della sua azione.

V

Se vogliamo evitare l'ostacolo sul quale il pensiero viene qui necessariamente ad inciampare appare dunque necessario superare i pregiudizi abituali sulla politica storicamente promossa dallo stato di diritto per prendere in considerazione la sua struttura contraddittoria, assieme democratica ed antidemocratica. Si potrebbe in questo modo comprendere perché, nello stesso momento in cui si impegnerà in direzione di un'azione in favore dell'estensione egualitaria dei diritti politici e civili 10, lo Stato non sfuggirà alle necessità insite nella concezione della politica che ha continuamente riproposto nel corso di tutta la storia della colonizzazione algerina.

E' in particolare una disposizione messa in opera in questo periodo riguardante lo statuto delle persone, ad essere presentata come una misura di progresso. La misura mira in effetti a realizzare l'antico progetto di Viollette, attribuendo ad una parte degli indigeni (che da questo momento saranno dei "Francesi musulmani") la totalità dei diritti politici, senza rinuncia allo statuto personale. La cittadinanza viene concessa senza rinuncia allo statuto, come era già stato fatto nei comuni di "pieno esercizio" del Sénégal 11. Ciononostante, l'osservatore che non si lasci abbagliare dai discorsi propagandistici che accompagnano abitualmente simili testi, noterà che la misura in questione resta in realtà senza ambiguità all'interno del quadro generale della salvaguardia della autenticità della nazione. L'ordinanza adottata il 7 marzo 1944 dal Comité français de libération nationale, futuro Gouvernement provisoire de la République française, prevede all'articolo 3 la creazione di una nuova categoria di persone: i "cittadini francesi a titolo personale" (citoyens français à titre personnel). L'articolo dispone che questi nuovi cittadini "siano iscritti sulle stesse liste elettorali dei cittadini non musulmani e che partecipino agli stessi scrutini". Questo testo non concerne evidentemente l'insieme dei colonizzati, ma qualche categoria di "Francesi musulmani", di cui ci si sarà assicurati che abbiano testimoniato la loro adesione alle istituzioni del paese colonizzatore e alla sua politica. Su 7 milioni di indigeni, solo 65.000 sono presi di mira da questo dispositivo. Questa prima limitazione di carattere quantitativo appartiene naturalmente alla logica generale dell'esclusione degli indigeni in un ambiente coloniale. Ben più espressiva e rivelatrice della specificità dei meccanismi messi in opera in Algeria è la seconda restrizione, interamente contenuta nell'espressione "à titre personnel". La nuova cittadinanza si specifica come legata ad una certa qualità appartenente singolarmente alla persona. Il carattere personale di questa cittadinanza implica la decisiva conseguenza della sua non trasmissibilità.

Lungi dall'apparire come una semplice mostruosità giuridica, l'esistenza di questa categoria non shocka né la ragione né la morale correnti. Al contrario essa si inserisce naturalmente all'interno della concezione della trasmissione ereditaria di un patrimonio indigeno, concezione di cui rivela allo stesso tempo l'efficacia politica. La concessione della cittadinanza a certe categorie di indigeni selezionate in maniera esplicita ed esclusiva, implica la rigorosa negazione della sua trasmissione alla loro progenie. In tale modo i discendenti dei membri di queste categorie si trovano privati del beneficio dello ius sanguinis, peraltro ufficialmente riconosciuto. Abbiamo qui a che fare con una misura di profilassi politica: l'obiettivo consiste nel proteggere la nazione autentica contro i pericoli di denaturazione suscitati dai discendenti di questi nuovi cittadini ancora retti dallo statuto personale, istituzione responsabile della produzione di caratteri ereditari presupposti come incompatibili con la vita in società. I figli di questi nuovi cittadini, nei quali si sospetta una alterazione ereditaria grave del comportamento e della soggettività, sono dunque puramente e semplicemente piazzati al di fuori del circuito che conduce alla cittadinanza, attraverso un intervento mirato delle istanze giuridiche dello Stato. Vi è in questo movimento un autentico ribaltamento dei criteri abituali di differenziazione umana che separano i bambini dagli adulti. Il bambino non è rappresentato come un essere indeterminato, un essere potenziale. E' innanzitutto considerato come un corpo sottomesso ad una predestinazione storica, una sorta di indigeno adulto sotto la forma di un modello ridotto. Non è un essere in potenza. La negazione della sua potenzialità equivale esattamente alla negazione di ogni possibile evento emancipatore. In quanto indigeno, è proibito al bambino colonizzato di aprirsi al possibile. Senza dubbio questa determinazione inflessibile del bambino è l'espressione più radicale e più insopportabile della chiusura implacabile, senza remissione, del colonizzato e della sua discendenza nella sua condizione di paria. Questa immagine dell'indigeno consuma le possibilità di un'esistenza che si cancella davanti all'egemonia di una metafisica stupefacente. In questa immagine l'essere indigeno non è differenziato, ed è rappresentato come sottomesso ad un corpo indisciplinato per effetto di una istituzione corrotta. E' in questo senso che si può parlare di una essenza dell'indigeno. L'immagine istituita del colonizzato in quanto membro di una discendenza chiusa su se stessa, incapace di aprirsi umanamente agli altri, è la rappresentazione stessa dell'essenza dell'indigeno.

VI

Non sarà facile comprendere il vero senso dell'ordinanza del 7 marzo 1944, così come non sarà possibile comprendere la ragione per la quale essa fu promulgata senza grande difficoltà nonostante la pretesa "rivoluzione" che essa sembrava introdurre nello statuto delle persone, fino a che la si legherà ai soli domini della politica dell'esclusione o dell'ineguaglianza giuridica. E' chiaro che con la costruzione della categoria di citoyens français à titre personnel, non ci troviamo di fronte ad una operazione marginale o periferica, come si potrebbe pensare, né ad una necessità alla quale ci si trova costretti a sottomettersi controvoglia. La protezione della discendenza autentica attraverso la messa a distanza radicale della discendenza indigena costituisce al contrario una riaffermazione della politica complessiva di fortificazione della nazione autentica e della sua potenza sovrana. All'interno di questo specifico contesto, l'indigeno che viene "elevato" al rango di cittadino "all'interno dello statuto" deve rispondere alla stima manifestata nei suoi confronti attraverso questa misura, rinunciando al diritto fondamentale di trasmettere la cittadinanza alla sua discendenza. Detto in altri termini, ogni apertura del campo della cittadinanza, per quanto limitata possa essere, non può farsi in realtà che nella prospettiva di una conferma della struttura antidemocratica propria dello Stato di diritto, e della sua accettazione da parte dello stesso indigeno emancipato. E' proprio in quanto partecipa di questa riaffermazione della politica di salvaguardia della nazione che l'ordinanza del 7 marzo 1944 deve essere annoverata all'interno della genealogia dei testi giuridici inaugurata dal senato consulto del 14 luglio 1865 che non solamente ha prodotto i colonizzati in quanto indigeni, ovvero in quanto francesi di seconda classe, ma inoltre li ha fabbricati in quanto corpi d'eccezione. La costruzione del corpo d'eccezione - che presuppone la discriminazione fondamentale ratificata dal senato consulto del 14 luglio 1865, così come il regime d'eccezione che culmina nella politica di terrore organizzata dallo Stato (in particolare nella regione di Constantine nel 1945 e gli eccessi commessi tra il 1954 e il 1962) - si fonda sull'ammissione della necessità di una nuova politica statale, capace di rendere possibile la vita della nazione in un ambiente che si suppone ostile. E' questa la ragione per la quale non è possibile comprendere la funzione di asservimento e di morte esercitata dallo Stato di diritto coloniale fino a che la si mantiene al di fuori di ciò che la legittima: la volontà politica manifesta di garantire i diritti fondamentali di una discendenza giudicata autenticamente umana - ed in particolare il diritto alla libertà ed alla vita morale - di contro all'ostilità immaginata di una discendenza dichiarata tirannica nella sua essenza.

Parigi, Collège international de philosophie, settembre - ottobre 2002.
 
 



Note
 

1. " Les problèmes algériens. Les droits électoraux des indigènes musulmans ", in Algérie 1830-1862, Jeanne Caussé et Bruno de Cessole (sous la dir.), Paris, Maisonneuve et Larose/Valmonde, coll. " Les Trésors retrouvés de la Revue des Deux Mondes ", 1999, pp. 457-466.
2 " [Le statut personnel] qui résulte pour les uns du Coran, pour les autres de la coutume, embrasse le droit civil comme le droit pénal, comme le droit religieux qui en est l'essence, et il règle plus particulièrement l'état et la capacité des personnes. C'est en cette dernière matière que l'indigène y est le plus attaché. Elle est précisément en complète opposition avec notre droit français, nos conceptions sociales et même notre morale. " (Ibid., p. 461.)
3 " Accorder le droit de citoyen à certaines catégories d'indigènes sans qu'ils renoncent à leur statut personnel :
(...) Ce serait démembrer la souveraineté, au détriment du 'conquérant' en faveur du 'conquis'. " (Ibid., p. 464.)
4 " Dans de nombreuses communes de l'intérieur de l'Algérie, les électeurs d'origine indigène seraient plus nombreux que les électeurs d'origine française (c'est un fait mathématiquement constaté) et l'on verrait de nombreuses municipalités composées en majorité d'indigènes, des maires indigènes unir des époux français, les soumettre à des lois civiles auxquelles ils échappaient eux-mêmes, représenter le pouvoir central, ce qui leur conférerait des attributions politiques et une délégation de l'autorité publique !
On voit d'ici quelle serait cette administration communale confiée à des mains inexpertes, ayant une conception complètement opposée à la nôtre, à nos mœurs, à nos pensées, à nos besoins, à notre civilisation. " (Ibid., p. 465.)
5 Questo testo rimarrà alla base del regime politico e amministrativo algerino fino al 1946 (C. Collot, Les Institutions de l'Algérie durant la période coloniale (1830-1962), Editions du CNRS, Paris et Office des publications universitaires, Alger, 1987). Esso introduce formalmente la distinzione tra citoyen e indigène. L'articolo 1 dispone che: " L'indigène musulman est français ; néanmoins il continuera à être régi par la loi musulmane. Il peut être appelé à servir dans les armes, il peut être appelé à des fonctions et emplois civils en Algérie. Il peut sur sa demande être admis à jouir des droits de citoyen français ; dans ce cas, il est régi par les lois civiles et politiques de la France ".
6 A proposito dei dibattiti che precedono la promulgazione del senato consulto del 1865, citando l'Exposé delle motivazioni del Consigliere di Stato Flandrin letto il 22 juin 1865, C.-R. Ageron scrive nel suo Les Algériens musulmans et la France (1871-1919) : " [...] la majorité des conseillers d'Etat et des sénateurs jugèrent que 'le plein exercice des droits de citoyen français' est incompatible avec la conservation du statut musulman et de ses dispositions, contraires à nos lois et à nos moeurs sur le mariage, la répudiation, le divorce et l'état civil des enfants'. " Aggiunge poi : " Le rapport Delangle met en avant les mêmes impossibilités tenant 'aux droits et usages incompatibles avec la pudeur, la morale, le bon ordre des familles'. " (Paris, PUF, 1968, t. 1, p. 344.)
7 Ciononostante l'Algeria non è equiparata giuridicamente ad una colonia. La sua amministrazione è dipesa da svariati ministeri (della Guerra, dell'Interno, etc.), ma mai dal ministero della Marina né da quello delle Colonie come gli altri possedimenti francesi.
8 25 000 personne nel 1840, 109 000 nel 1847, 160 000 nel 1856, 630 000 nel 1901 e 900 000 nel 1954.
9 Questa concezione si allontana tuttavia dalla concezione biologista della trasmissione. Le caratteristiche in questione sono concepite come un'eredità trasmessa attraverso la tradizione.
10 Discorso del generale de Gaulle, pronunciato a Constantine il 12 dicembre 1943.
11 Durante la III Repubblica, l'assimilazione completa degli indigeni è praticata anche nei comptoirs dell'India, a Sainte-Marie in Madagascar e nei territori che in seguito diverranno i dipartimenti d'oltre mare (DOM).




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