
a
cura di
Miriam Ronzoni
Università
degli Studi di Milano
Una
teoria della giustizia è un testo essenziale sia
da un punto di vista storico che da un punto di vista
teorico.
Lo
è da un punto di vista storico perché, con la sua
pubblicazione nel 1971, non solo ha richiamato
l'attenzione su una disciplina come la filosofia politica
che aveva avuto un ruolo marginale e esiti poco
interessanti nella riflessione filosofica di stampo
anglosassone fino ad allora, ma anche perché ha ridato il
via ad un'intensa e vivace produzione in tale disciplina,
ispirata a tale opera o mossa da intenti critici nei
riguardi di essa. Come ha affermato Nozick "i
filosofi politici ora devono lavorare all'interno del
paradigma rawlsiano, o spiegare perché non lo
fanno"; se ciò non è forse più unanimamente
condivisibile oggi, lo è indubbiamente stato per molti
anni.
Tale
opera è inoltre essenziale da un punto di vista teorico
perché segna importanti distinzioni concettuali che sono
divenute in gran parte il vocabolario della teoria
politica normativa contemporanea.
"La
giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali,
così come la verità lo è dei sistemi di pensiero"
(Una
teoria della giustizia);
con questa affermazione iniziale Rawls
indica al tempo stesso due distinzioni essenziali che
caratterizzano la sua impostazione. La prima distinzione
consiste nell'individuare il problema fondamentale della
filosofia politica nella questione della giustizia, e non
nella questione del bene comune; la domanda centrale che i
filosofi politici devono porsi non è "qual è il
bene della comunità?", bensì "come deve essere
strutturata una società per essere giusta nei confronti
dei propri cittadini?". La seconda distinzione è
significativa in quanto indica come unità di analisi le
istituzioni, non le persone: ciò che interessa non è
quali virtù politiche gli individui devono avere ed
esercitare per poter formare una società giusta, ma
secondo quali criteri dobbiamo concepire le istituzioni
perché esse possano garantire i requisiti essenziali
della giustizia. E' importante che i cittadini abbiano un senso
di giustizia, ma è essenziale che le istituzioni
siano giuste. L'oggetto principale della giustizia è
pertanto la struttura
fondamentale della società.
Una
teoria della giustizia
si presenta fin dall'inizio come un testo che intende
fornire una rielaborazione della teoria classica del
contratto sociale, e il motivo principale di questa
rivisitazione è l'intenzione di sviluppare un approccio
alternativo all'utilitarismo. Rawls classifica
l'utilitarismo come una teoria di tipo teleologico, vale a dire una teoria in cui il bene è definito in
modo indipendente dal giusto, e che quindi non può che
definire il giusto in senso teleologico, cioè come ciò
che permette di realizzare il bene nella forma migliore e
più efficace. Le diverse varianti dell'utilitarismo, cioè
le diverse varianti di teorie teleologiche, possono
differenziarsi per il modo in cui specificano la
concezione del bene, ma hanno sempre e comunque in comune
il fatto di definire la giustizia secondo il criterio
della soddisfazione e della realizzazione di ciò che è
stato preventivamente definito come bene. Ciò comporta
conseguenze che il nostro senso di giustizia non può
accettare: che, ad esempio, in alcuni casi sia necessario
incrementare le ineguaglianze invece che ridurle; oppure,
che, per la felicità dei più, le libertà fondamentali
di alcuni possano essere legittimamente violate.
La giustizia come equità, che è il concetto
chiave di Una teoria
della giustizia, è invece il tentativo di proporre
una teoria di tipo deontologico,
in base alla quale le concezioni del bene devono essere
definite entro i
limiti di ciò che è giusto (cioè equo), e non
viceversa; in cui, vale a dire, viene attribuita priorità
alla giustizia rispetto al bene. Ebbene, i principi di
giustizia della struttura fondamentale della società, per
essere principi equi, devono essere concepiti come oggetto
di un accordo
originario, e per questo Una
teoria della giustizia può essere vista come una
riproposizione della tradizione contrattualista.
Che cosa può garantire che tale scelta, frutto dell'accordo
originario, conduca all'elezione di principi equi? Affinché
l'accordo originario dia luogo a principi equi è
necessario che eque siano anche le condizioni in cui tale
accordo ha luogo, e per determinare tali condizioni Rawls
postula una posizione originaria di eguaglianza; nella
posizione originaria gli individui
devono stabilire le regole principali della società in
cui vivranno senza sapere quale sarà il posto che
occuperanno in tale società, i propri talenti, le proprie
caratteristiche psicologiche e i propri valori. Tali
individui sono quindi in una posizione originaria e sotto
un velo d'ignoranza.
In condizioni simili, sostiene Rawls, anche se fossero
totalmente disinteressati gli uni rispetto alla sorte
degli altri, sarebbero costretti dalla situazione a
scegliere principi equi. Il contratto rawlsiano è quindi
una situazione puramente ipotetica, un esperimento
mentale. I
criteri che le parti individuerebbero nella posizione
originaria univocamente definita coincidono con i due
seguenti principi, principi ordinati secondo un criterio
di priorità:
1.
ogni persona ha un uguale diritto alla più estesa
libertà fondamentale compatibilmente con una simile
libertà per gli altri;
2.
Le ineguaglianze economiche e sociali devono
essere:
-
Per
il più grande beneficio dei meno avvantaggiati,
compatibilmente con il principio di giusto risparmio;
-
Collegate
a cariche e posizioni aperte a tutti in condizioni di
equa eguaglianza di opportunità;
L'ultimo principio afferma dunque che grandi ineguaglianze in
termini relativi tra i membri della società sono
giustificate se comportano un beneficio, in termini
assoluti, per i meno avvantaggiati. La
posizione filosofica di Rawls può dunque essere vista
come una forma di liberalismo egalitario; un liberalismo
attento alla questione dell'eguaglianza e delle pari
opportunità è per Rawls il tratto distintivo e
immancabile di un'idea di giustizia
concepita come equità.
Tuttavia, i due principi rawlsiani sono ordinati
lessicalmente: vale a dire, il primo ha priorità sul
secondo. Nessuna limitazione delle libertà fondamentali
può essere legittimata da un'esigenza di riduzione delle
disuguaglianze. Inoltre, un egalitarismo assoluto non è
desiderabile perché priverebbe gli individui di
incentivi, essenziali per stimolare la produttività e il
progresso.
Un
altro elemento determinante di Una
teoria della giustizia è che tale testo presenta,
oltre a importanti tesi nell'ambito della teoria politica
normativa, un proposta metodologica su come affrontare i
problemi essenziali della teoria etica, che Rawls dichiara
di riprendere da Goodin per applicarla alla filosofia
morale; tale metodo viene denominato equilibrio
riflessivo. Secondo tale approccio, le questioni
etiche, o quantomeno le questioni relative alla giustizia,
devono essere risolte attraverso la ricerca di un
equilibrio tra i nostri giudizi ponderati su ciò che è
giusto e i principi regolativi che li informano. Dire
questo significa dichiarare che "la filosofia morale
è socratica": spesso ci dichiariamo impegnati nei
confronti di alcuni principi regolativi ma formuliamo
giudizi in contraddizione con essi; parlare di equilibrio
riflessivo significa dunque che "possiamo avere la
volontà di cambiare i nostri attuali giudizi ponderati
una volta che i loro principi regolativi sono stati messi
in chiaro". Tale approccio si distingue quindi sia
dall'intuizionismo, che privilegia le intuizioni più
chiare e attraenti del nostro senso di giustizia a scapito
della ricerca di principi; sia dall'utilitarismo (e più
in generale dal consequenzialismo), che si dedica
esclusivamente alla ricerca di principi chiari e
teoricamente coerenti, rischiando però di giungere ad
esiti altamente controintuitivi.
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