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a
cura di:
Valentina
Flak Università
degli Studi di Palermo
Merleau-Ponty
intende descrivere l’essenza della percezione e della
coscienza, nel suo intreccio con il corpo, a partire dai
principi del metodo fenomenologico. Questo da una parte
prescrive lo studio e la descrizione delle essenze, e
dall’altra di collocare tali essenze nell’esistenza,
nella fatticità, di ritrovare il contatto ingenuo che noi
abbiamo con il mondo, che è sempre già là prima di
qualsiasi nostra riflessione su di esso. Per questo la
Fenomenologia della percezione descrive la percezione
vissuta, la nostra esperienza così come è. “Non si
tratta di spiegare o di analizzare, ma di descrivere” (Premessa).
Prima di qualsiasi veduta scientifica, un mondo si dispone
attorno a noi e comincia a esistere per noi, in una
dimensione originaria che è anteriore a quella della
conoscenza, ma che anzi la sostiene e sulla quale questa
si costruisce, la dimensione del vissuto.
A
partire da questa premessa Merleau-Ponty si addentra
nell’analisi specifica che la psicologia compie della
percezione (poiché è colei che la studia a partire dal
soggetto), adottando una visione critica dei suoi
presupposti, in particolare a partire dalla descrizione di
alcuni casi clinici e delle interpretazioni che essa ne ha
tentato.
Le
due anime in cui la psicologia classica si divide sono
quella empirista e quella intellettualista, entrambe le
quali scindono in due poli opposti la struttura della
percezione: un corpo e un mondo, una cosa di fronte ad
un’altra cosa. Pur essendo atteggiamenti differenti,
accolgono entrambe la definizione fisiologica di
percezione come “possesso di una qualità iscritta dallo
stimolo sul corpo” (Intr., cap. III). Ciò
che Merleau-Ponty rimprovera loro è di mancare uno
sguardo diretto sulla percezione, di allontanarsi
dall’unica cosa cui dovrebbero accingersi, una volta
liberati dai pregiudizi oggettivi, cioè l’osservazione
del comportamento dell’oggetto nelle diverse situazioni
percettive, come invece la Gestalttheorie
(Koffka, Koehler, Wertheimer…) aveva iniziato a fare. La
psicologia della forma considera infatti il qualcosa
percettivo sempre in mezzo ad altre cose, come parte di un
campo fenomenico. “La pura impressione non è soltanto
introvabile, ma anche impercettibile, e quindi impensabile
come momento della percezione. Se la si introduce, è
perché, invece che rimanere attenti all’esperienza
percettiva, la si dimentica in favore dell’oggetto
percepito (Intr., cap. I). Sarebbe
un’operazione astratta isolare un oggetto dal suo
ambiente, giacché essi sono elementi di un unico tutto, e
la percezione è il risultato e il correlato di una
situazione vissuta globale, pertanto “percepire è veder
scaturire da una costellazione di dati un senso
immanente” (Intr., cap. II).
Parlare
di campo percettivo significa fare interagire la
dimensione del vissuto con quella della ricettività
fisiologica; la dimensione della sensazione con quella
dell’azione significativa che il corpo intrattiene con
essa.
Il
corpo
L’analisi
del corpo inizia con il problema della prospetticità
nella percezione della cosa. L’oggetto è conosciuto per
profili, lo possiamo percepire sempre e solo da una certa
prospettiva, cogliendone un lato alla volta, eppure noi
sappiamo che esso permane nella sua unità e identità. La
visione è pertanto un atto a due facce, dal momento che
avviene sempre secondo una dialettica di figura/sfondo. Un
oggetto percepito non può divenire tale senza che gli
oggetti circostanti divengano orizzonte. La prospettiva è
la condizione di possibilità perché mi appaia
l’oggetto, e se è il mezzo che gli oggetti hanno per
dissimularsi è anche quello che hanno per svelarsi.
Questa visione in prospettiva è attaccata al corpo che è
il nostro punto di vista sul mondo, è sempre a partire da
esso e dalla sua posizione che noi percepiamo, che
tocchiamo, che vediamo, che tracciamo una distanza… Ma
dimenticando il prospettivismo, noi tendiamo a considerare
il corpo come un oggetto fra gli altri, e lo trattiamo
insieme ai suoi organi come frammento di materia, credendo
ad esempio di far sorgere la nostra prospettiva dalla
proiezione degli oggetti sulla retina. In questo modo non
ci occupiamo più del nostro corpo, così come lo viviamo
nel sapere antepredicativo, nella comunicazione interna
che abbiamo con esso. Questo modo oggettivante di
considerare il corpo fa perdere il contatto con
l’esperienza percettiva. Merleau-Ponty intende invece
ritrovare l’origine dell’oggetto nel cuore stesso
della nostra esperienza, descrivere l’apparizione
dell’essere. Per fare ciò seguirà il pensiero
oggettivante quando esso è all’opera nella costituzione
del nostro corpo, giacché questo è il momento decisivo
nella costituzione dell’oggetto, per vedere se
effettivamente dietro ad un tale pensiero sia possibile
ritrovare l’esperienza.
In
realtà Merleau-Ponty mostrerà che esso si sottrae a un
tale trattamento obiettivante, e che si ritira dal mondo
oggettivo, rivelandoci tanto il soggetto quanto il mondo
percepito.
Il
corpo proprio, cioè il corpo senziente, ci insegna un
modo di unità: io non sono di fronte al mio corpo ma sono
il mio corpo. Tale unità è chiamata lo schema corporeo,
che significa che io tengo in un possesso indiviso il mio
corpo e conosco in modo immediato la posizione delle mie
membra, e che i movimenti del corpo formano un sistema con
gli oggetti esterni. Attraverso questa unità
preriflessiva, il mio corpo è polarizzato verso dei
compiti, è intenzionale.
Attraverso
il fenomeno della parola, uno dei moti espressivi del
corpo, Merleau-Ponty mostra l’intenzionalità del corpo,
il suo oltrepassarsi verso qualcos’altro, il suo potere
di significazione. Attraverso il significato gestuale ed
emozionale della parola, attraverso la mimica che le è
connaturata si può vedere come agli organi del corpo
corrispondano delle emozioni, ovvero come vi sia una
strutturazione simultanea fra l’uso del proprio corpo e
il proprio mondo dell’emozione. Ciò che si impara
allora è che è il corpo a mostrare, è il corpo a
parlare. L’intenzionalità del corpo conduce a superare
la separazione classica di soggetto e oggetto. La
tradizione cartesiana ci ha insegnato a separarci
dall’oggetto, a vedere il corpo come una somma di parti
senza interiorità e l’anima o la coscienza come un
essere completamente pieno e trasparente a se stesso.
Mentre l’esperienza del corpo mostra un modo di
esistenza ambiguo. Esso non è oggetto, se tento di
pensarlo come un fascio di processi in terza persona mi
accorgo che non li posso collegare con semplici rapporti
di causalità, ma essi sono tutte ripresi e coinvolti in
un “dramma unico”. E per lo stesso motivo la coscienza
che ho del corpo non è un pensiero, non posso comporlo e
ricomporlo, la sua unità è sempre confusa, posso
soltanto viverlo e confondermi con esso.
Una
volta descritta l’ambiguità del corpo, Merleau-Ponty si
rivolge alla struttura e alla costituzione dell’oggetto
percepito, in rapporto al corpo.
Il
mondo percepito
Merleau-Ponty
ha fatto del corpo il soggetto della percezione. Il corpo
è ciò che tiene in vita lo spettacolo del visibile,
forma con esso un sistema. Io ho un corpo e sono con esso
in presa sul mondo (Parte II, cap.III). Ogni
percezione esterna è sinonima di una percezione del mio
corpo. Quando percepisco un oggetto, non potrei sapere che
ciascuno dei suoi profili rappresenta l’oggetto visto da
qui o da lì, se non avessi coscienza del mio corpo come
sempre identico attraverso le fasi del mio movimento. La
cosa e il mondo mi sono dati insieme alle parti del mio
corpo, in virtù di una connessione vivente. Le qualità
sensibili della cosa, come per esempio il colore, si
offrono alla percezione con una fisionomia motoria,
pertanto sono in un certo montaggio con il mio corpo, in
virtù del quale io mi adatto al mondo. Come diceva Goethe
nella sua teoria dei colori, il verde è un colore
riposante, il blu sembra cedere al nostro sguardo, il
rosso sprofonda nell’occhio; oppure il rosso lacera, il
giallo è pungente, come afferma un malato. Il colore,
prima di essere una qualità dell’oggetto, si annuncia
all’esperienza come un certo atteggiamento del corpo che
gli si confà e in virtù di cui esso si costituisce in
quanto rosso, blu, verde… Con questa descrizione della
condotta del corpo rispetto al colore Merleau-Ponty mostra
come il soggetto della sensazione non sia un pensatore che
annota una qualità (intellettualismo), né un ambito
inerte che sarebbe colpito da essa (empirismo), ma una
potenza che co-nasce ad un certo contesto di esistenza (Parte
II, cap. I).
Il
senziente e il sensibile, il soggetto e l’oggetto, non
stanno uno di fronte all’altro come due termini
esteriori e la sensazione non è un’irruzione del
sensibile nel senziente. È il mio sguardo a sottendere il
colore, è il movimento della mia mano a sottendere la
forma dell’oggetto, o meglio il mio sguardo si accoppia
con il colore e in questo scambio fra il soggetto della
sensazione e il sensibile non si può dire che uno agisca
e l’altro patisca (ibid.). La percezione esprime
una situazione che mi è data, che io non ho deciso, come
posso decidere di diventare un medico, io vedo un colore
perché sono sensibile
ai colori. E se volessi tradurre l’esperienza
percettiva, dovrei dire che si
percepisce in me e non che io percepisco. Infatti al di
qua dell’idea di un soggetto e un oggetto, Merleau-Ponty
intende descrivere l’apparizione di entrambi, a partire
da un sostrato primordiale dal quale co-nascono.
Se
nella percezione l’attività e la passività si
scambiano, giacché io percepisco un oggetto quanto
l’oggetto si percepisce in me, ciò significa che io
sono in potenza un corpo senziente, sono aperto alla
percezione. La mia percezione è
infatti intenzionale, si deve guardare per vedere, dice
Merleau-Ponty. Ma questo soggetto intenzionale non
è il soggetto come coscienza intellettuale, il
“soggetto epistemologico”, che conosce già la
struttura intelligibile dei percepiti e allora percepisce.
Esso ha invece il potere connaturato di trovare un senso a
certi aspetti dell’essere senza che glielo abbia dato
lui stesso con un’azione costituente; è il corpo che si
strappa alla sua dispersione, si riunisce, si porta con se
tutti i suoi mezzi verso un termine unico del suo
movimento, e i suoi recettori si dispongono in modo da
rendere possibile la percezione dell’oggetto. Io ho il
mondo attraverso il mio corpo come potenza del mondo, e ho
la posizione degli oggetti tramite quella del mio corpo, o
viceversa la posizione del mio corpo tramite quella degli
oggetti.
Con
questa descrizione dello schema corporeo, Merleau-Ponty ha
ritrovato una nuova unità del corpo, una nuova unità dei
sensi (vi sono numerose pagine sull’unità sinestesica
del corpo), una nuova unità dell’oggetto. Questa unità
è quella preriflessiva del mondo percepito.
L’unità
della cosa, attraverso il concetto di tipica
Una
volta che Merleau-Ponty ha descritto l’unità e il
montaggio del corpo con il mondo, si accinge a descrivere
il fenomeno di realtà, ovvero come accade che noi
attribuiamo alle cose una certa forma, una grandezza,
riconoscendole come le qualità di quell’oggetto. In
altre parole come accade che tali qualità, che nella
percezione variano a seconda della prospettiva e della
distanza, si possano cristallizzare e in definitiva
costituire l’oggettività. Se il pensiero oggettivante
considera l’oggetto percepito da distanze diverse sempre
come la stessa cosa, Merleau-Ponty mostra come le varie
percezioni da diversi punti di vista siano distinguibili,
siano esperienze diverse, e che nonostante ciò
l’oggetto io lo identifico attraverso tutte le distanze,
poiché esse convergono con una distanza tipica. Le qualità
della cosa sono sempre in un montaggio con il corpo: una
cosa è grande se il mio sguardo non riesce ad
abbracciarla. La costanza della cosa si fonda su questo
orientamento primordiale del corpo, è un equilibrio
originario, per cui esso la misura in base ad una tipica,
su una distanza ottimale
dal quale la cosa chiede di essere vista. La costanza
della cosa è una “costanza per-il-mio-corpo”, un’invariante
del suo comportamento totale. La cosa visiva, ad esempio,
non è la coscienza di una data proprietà oggettiva, ma
ciò che viene ripreso e ritrovato dal nostro sguardo o
dal nostro movimento, un quesito cui essi rispondono
esattamente.
In
che modo però posso avere l’esperienza del mondo, o
della cosa come un individuo esistente in atto, se nessuna
delle visioni prospettiche che assumo lo esaurisce, in che
modo una cosa può presentarsi a noi davvero se la sua
sintesi non è mai compiuta?
Qui
Merleau-Ponty inserisce il concetto di sintesi temporale
(problema che tratterà ampiamente nel la parte III,
cap. II). La contraddizione che riscontriamo fra la
realtà della cosa e la sua incompiutezza – la
contraddizione di ciò che è insieme qui e ora e non è
qui ed ora, dell’inerenza e dell’ubiquità –, viene
descritta piuttosto come un’alternativa. Se infatti si
considera che io sono inerente al mondo perché non
coincido con esso, perché sono ubiquità, infatti io ho
un mondo perché non lo ho mai in modo esaustivo; se
analogamente le cose fossero date una volta per tutte, se
il presente fosse sempre specificato, non ci sarebbe
nulla. Queste due alternative non sono allora da
scegliere, ma sono una in funzione dell’altra. Pertanto
l’essere oggettivo non è l’esistenza piena, ma
l’ambiguità. L’essere oggettivo non è l’esperienza
piena, nulla esiste e tutto si temporalizza, l’essere
oggettivo ha le sue radici nell’ambiguità del tempo,
infatti ogni cosa può offrirsi con le sue determinazioni
piene solo se le altre cose si ritirano nella
indeterminatezza, ogni presente può offrirsi nella sua
realtà solo escludendo la presenza simultanea dei
presenti anteriori e posteriori. Ma le cose e gli istanti
non possono articolarsi l’uno sull’altro per formare
un mondo se non attraverso quell’essere ambiguo che
chiamiamo soggettività, la cosa e il mondo non esistono
se non vissuti da me o da soggetti come me, come
concatenazioni delle nostre prospettive, pur
trascendendole tutte, poiché tale concatenazione è
incompiuta e temporale (Parte II, cap. III).
L’altro
La
stessa ambiguità che si presenta nella esistenza della
cosa, per cui so che è reale in-sé e insieme è cosa
solo perché è per-me, e che questi sono i due momenti di
uno stesso fenomeno, si ripropone nella nostra esperienza
dell’altro, giacché di fatto l’altro esiste per me.
Nel pensiero oggettivo non c’è posto per l’altro,
esso non riesce a spiegarlo, poiché rimane il paradosso
di un altro che starebbe di fronte a me, come un in-sé, e
tuttavia esisterebbe come un per-sé, ovvero come
coscienza. Ma è proprio revocando in dubbio il pensiero
oggettivo che Merleau-Ponty ha preso contatto con
l’esperienza del corpo e del mondo. Io dico che quello
è un altro, un secondo me stesso, e in primo luogo lo so
perché questo corpo vivente ha la medesima struttura del
mio. Esperisco il mio corpo come potenza di certi
comportamenti, e non sono dato a me stesso che come una
certa presa sul mondo; è appunto il mio corpo a percepire
il corpo dell’altro. Esso non vi trova che un
prolungamento delle stesse intenzioni, una maniera
familiare di trattare il mondo. D’altra parte, se è
vero che percepisco l’altro come comportamento, per
esempio percepisco la sua collera, questa non ha lo stesso
senso per me che per lui. Non mi posso sovrapporre a lui,
posso solo partecipare a questa collera, ma non viverla
come la vive lui, perché lui è lui e io sono io (Parte
II, cap. IV). Ma allora il problema
dell’altro, che è poi il problema di un terreno comune
di comunicazione, di una intersoggettività, si ripropone,
anche al di là del pensiero oggettivo. Il mondo
dell’altro non lo posso cogliere interamente, eppure non
posso cessare di essere situato in rapporto ad esso, poiché
lo porto aderente a me prima di ogni oggettivazione.
Il
cogito
Affrontando
l’altro Merleau-Ponty scopre, così come aveva scoperto
del corpo, del mondo delle cose, o del passato, come esso
sia un problema di trascendenza. Si tratta infatti per
tutti di sapere come io posso essere aperto a fenomeni che
mi oltrepassano e che nondimeno esistono solo nella misura
in cui io li riprendo e li vivo. Sono tutti fenomeni che
io vivo, ma sono una trascendenza di fatto, poiché
esistono nella mia vita prima di apparire come oggetti dei
miei atti espressi. Tutto ciò che Merleau-Ponty ha
trattato finora, deve essere allora l’occasione di
definire una comprensione e una riflessione più radicali
del pensiero oggettivo. Per fare ciò deve ritornare a
“quel pensiero che si è formato nella mente di
Cartesio”, il cogito,
per cercarvi un logos
più fondamentale di quello del pensiero oggettivo. Prima
di mettere in questione questa interpretazione eternitaria
del cogito e del
dubbio cartesiano, Merleau-Ponty ne mette in evidenza le
conseguenze, le quali faranno emergere da se stesse la
necessità di una correzione. Merleau-Ponty, attraverso la
descrizione dei vissuti di coscienza, mostra quella zona
di opacità, di irriflessione che sfugge anche al pensiero
di me su medesimo, che il cogito
cartesiano vuole significare. Il cogito
che si ottiene leggendo cartesio è parlato, messo in
parole, compreso in base a parole, e che proprio per
questo motivo non raggiunge il suo scopo, giacché una
parte della nostra esistenza, quella intenta a fissare
concettualmente la nostra vita, sfugge alla fissazione e
al pensiero. Io non potrei neppure leggere il testo di
Cartesio, non troverei nessun senso nelle parole, se prima
di ogni parola non fossi in contatto con la mia vita e il
mio pensiero, se il cogito
parlato non incontrasse prima il cogito
tacito (Parte III, cap. I). Così come è
solo nell’atto percettivo stesso che io posso coincidere
con me stesso, qualsiasi altra percezione, come il
pensiero di percepire, è inadeguata poiché non mi
raggiunge se non in ritardo. È piuttosto nel mio rapporto
con le cose che mi conosco, la percezione interiore viene
dopo. Il pensiero va allora reintegrato nell’esistenza
vissuta, e il problema, dice Merleau-Ponty, consiste nel
comprendere il cogito
silenzioso, il mio autoesperirmi. Infatti il cogito
tacito, l’autopresenza, è l’esistenza stessa, e
pertanto precede ogni filosofia. Ma il cogito
tacito non è cogito se non quando si è espresso. In altre parole la soggettività
più intima non si pensa mai sin dall’origine. E ciò
che non pensa non può mettersi a pensare; ma nello stesso
tempo la coscienza non è una cosa, che non pensa. Ciò
che Merleau-Ponty fa è piuttosto negarle il pensiero
oggettivo, una coscienza esplicita che raddoppia e
sottende la presa confusa della soggettività originaria
su se stessa e sul mondo (ibid.).
Alla
descrizione e al pensiero di questa vita primordiale, a
questa aderenza della soggettività al mondo, al progetto
di mondo che noi siamo, sarà consacrata, con declinazioni
diverse, gran parte dell’opera successiva di
Merleau-Ponty.
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