
a
cura di
Roberto
Terzi
Università
degli Studi di Torino
Della
grammatologia, pubblicata nel 1967, è uno dei
primi testi di Derrida, ma anche uno dei più celebri ed
importanti, sia per la fortuna che ha avuto, sia per il
posto particolare che occupa all’interno della
produzione derridiana: si tratta infatti di uno dei pochi
testi in cui Derrida, anziché mettere in opera la propria
strategia di pensiero a proposito di un determinato testo
o di un determinato concetto, illustra esplicitamente
l’orizzonte complessivo nel quale si colloca il suo
pensiero e nel quale assumono senso i suoi singoli saggi.
Si tratta di un orizzonte storico e teorico insieme:
collocati al termine di una tradizione che si sta
chiudendo (la metafisica, intesa come insieme della storia
della filosofia occidentale), ci si può volgere ad essa
per individuarne i limiti e avviarne la decostruzione; in
particolare bisogna mostrare la determinatezza storica dei
concetti di parola e scrittura su cui questa tradizione si
è fondata e il ruolo che essi hanno svolto nella
costruzione del suo edificio concettuale. Tutto ciò
avviene nel momento stesso in cui quella potente
tradizione (occidentale) è sul punto di imporsi al mondo
intero con i suoi concetti di parola e scrittura, di
ragione e logica. L’opera si divide in due parti: nella
prima viene delineato questo orizzonte complessivo del
progetto derridiano, nella seconda viene fornita
un’esemplificazione delle tesi esposte precedentemente.
Nella prima parte possono inoltre essere individuate tre
componenti: l’interpretazione derridiana della storia
della metafisica, il confronto con la linguistica
contemporanea, l’elaborazione dei concetti fondamentali
del “programma” grammatologico.
Nella
lettura che Derrida compie della storia della metafisica
emergono i primi concetti fondamentali dell’opera: la
tradizione si caratterizza, per Derrida, come
logocentrismo e fonocentrismo. Logocentrismo, perché
la filosofia ha sempre attribuito un privilegio al logos
come sede della verità, cioè all’intelligibile
piuttosto che al sensibile, all’interiorità
dell’anima piuttosto che all’esteriorità, fondandosi,
in questa operazione, su determinati concetti di
“ragione”, “scientificità”, “logica”. Fonocentrismo,
perché il luogo proprio di questo logos viene
individuato nella phoné, nella voce, in
contrapposizione alla scrittura. Come mostra il Fedro
platonico, l’istituzione della filosofia come scienza e
della verità come suo oggetto va di pari passo con
l’esaltazione della parola viva (il logos
dell’anima) contro la scrittura. Nell’ambito della
distinzione tra significante e significato
(rispettivamente, il lato sensibile e il lato
intelligibile di un segno), il fenomeno della voce mostra
alcuni caratteri particolari che, secondo Derrida,
spiegano il privilegio storico che essa ha ricevuto: a) la
voce significativa, la lingua parlata, sembra rispecchiare
fedelmente, senza alterazioni e quindi nel modo migliore
possibile i significati intelligibili dell’anima o del
soggetto: essa si dà quindi come un significante
peculiare, la cui funzione è quella di cancellarsi di
fronte al significato come se fosse un medium
“trasparente”; b) inoltre io traggo questo
significante non dall’esteriorità sensibile del mondo,
ma da me stesso, sono io stesso che parlo e mi trovo
quindi in relazione con un significante privilegiato in
quanto non-mondano e non-empirico; c) questo carattere
essenziale della voce diventa visibile in quella che
Derrida chiama l’esperienza
dell’“intendersi-parlare” (secondo il duplice senso
del francese entendre): parlando io mi sento
parlare e mi capisco, sento e capisco ciò che dico e
mantengo il controllo di ciò che esprimo. Rispetto alla
parola e a queste sue proprietà la scrittura, per la
tradizione metafisica inaugurata da Platone, è una
duplicazione esteriore, che sfugge al controllo
dell’autore ed è capace di circolare in assenza di
questo: contrariamente al logos vivo dell’anima,
al pensiero e alla parola con i quali il soggetto è
presso se stesso, la scrittura si presenta come qualcosa
di fisso, morto ed esteriore. La scrittura rappresenta
l’istanza della morte e dell’assenza
rispetto al logos vivo e presente: per questo la
filosofia l’ha relegata al ruolo di “segno di
segno”, segno che rimanda a quel segno che è a sua
volta la parola, immagine esteriore di quest’ultima, non
essenziale e persino pericolosa. Questa dicotomia tra
parola e scrittura non è un tratto tra gli altri della
filosofia, ma riguarda il suo senso complessivo: infatti
secondo Derrida, che su questo punto riprende una tesi
fondamentale di Heidegger, il fonocentrismo corrisponde al
privilegio dell’essere come presenza, che ha
caratterizzato la storia della metafisica determinandone
l’intero sistema concettuale. Il privilegio della voce e
la svalutazione della scrittura sono correlativi alla
volontà di salvaguardare l’essere come presenza
stabile, che si tratti della presenza della cosa e della
sua sostanza o della presenza a sé della soggettività
come autocoscienza; la voce viene privilegiata in quanto
significante che si cancella nel rispecchiamento del
significato, ma questo significa che ciò che si vuole
salvaguardare è, in ultima analisi, la presenza pura del
significato, anteriore e indipendente rispetto a ogni
segno e rimando. Da questa presenza piena e dalla sua
identità a sé bisognava rimuovere ogni traccia di
assenza e di differenza, delle quali la scrittura era il
simbolo.
Da
queste premesse diventa chiaro che lo stesso concetto di
segno (unione di significante e significato) non solo non
è neutrale, ma è anzi solidale con la tradizione
metafisica nella quale è nato. Questo concetto implica
infatti la distinzione di una faccia sensibile e di una
faccia intelligibile, nonché l’idea di un’interiorità
(i significati dell’anima o del soggetto) che si esprime
nell’esteriorità di un significante; ma
intelligibile-sensibile, interiore-esteriore,
soggettivo-oggettivo sono le coppie concettuali fondanti
della metafisica greca e moderna. Finché si mantiene la
distinzione tra le due facce del segno, resta aperta la
possibilità di principio di pensare quello che Derrida
chiama “significato trascendentale”, cioè un
significato pienamente presente, puro, indipendente da
qualsiasi significante. È a partire da questa
consapevolezza che Derrida si volge ad un confronto
critico con la linguistica contemporanea e in particolare
con il suo fondatore, Ferdinand de Saussure, il cui testo
viene sottoposto ad una doppia lettura. Da una parte
Saussure si mostra dipendente dalla metafisica
logocentrica: utilizza il concetto di segno senza
consapevolezza dei suoi legami con la concettualità
tradizionale; determina la lingua parlata come unico
oggetto della linguistica e quest’ultima come modello di
tutta la semiologia; svaluta la scrittura come immagine
esteriore della parola e rappresentazione derivata.
Dall’altra parte certe descrizioni di Saussure
permettono di aprire una breccia nella chiusura
metafisica, in particolare in virtù del carattere
arbitrario e differenziale che viene riconosciuto al
segno; è a partire da uno scavo progressivo di queste
analisi saussuriane che Derrida fa emergere una nuova
concezione del rapporto tra parola e scrittura. In primo
luogo, ogni sistema di segni è caratterizzato dall’arbitrarietà
e dalla convenzionalità; ma allora, argomenta Derrida,
non è possibile stabilire una gerarchia “naturale”
tra parola e scrittura; l’istituzione non-naturale di un
segno è comune alla parola e alla scrittura. In secondo
luogo, se nella lingua (come in ogni sistema segnico) non
ci sono termini “pieni”, perché questi si
costituiscono solo a partire dai rapporti di differenza
che intrattengono reciprocamente, l’attenzione dovrà
concentrarsi non tanto su un determinato sistema
considerato come privilegiato (la lingua parlata) quanto
sul movimento della differenza che costituisce ogni
sistema (lingua e scrittura nel loro senso comune).
Inoltre, afferma Derrida, la definizione di “segno di
segno”, che la tradizione aveva riservato alla
scrittura, vale in realtà per ogni segno: ogni segno
rimanda ad altri segni, senza che ci sia un termine
finale, puro e pienamente presente, in cui questo rimando
si possa arrestare. Tutta l’argomentazione derridiana
mira a mostrare che, ad un’analisi più profonda, alcuni
caratteri che la metafisica aveva considerato propri della
scrittura sono in realtà comuni a questa e al linguaggio:
entrambi mostrano un rapporto essenziale con l’assenza e
con la differenza.
I
concetti fondamentali che Derrida a questo punto introduce
e su cui lavora non sono qualcosa di fisso e definitivo,
ma hanno esplicitamente un valore “strategico” e sono
accompagnati da una particolare cautela metodologica, che
consiste innanzitutto nell’evitare nuove ricadute in
quella tradizione che si vuole decostruire: 1) l’archiscrittura
indica quella “scrittura originaria” (arché=
origine, principio) che sta al fondo di ogni linguaggio e
di ogni scrittura comunemente intesi, in virtù di quei
caratteri comuni mostrati in precedenza; questo concetto
indica come per Derrida non si tratti semplicemente di
rovesciare il rapporto tra i termini di un’opposizione
tradizionale (privilegiando ad esempio la scrittura
rispetto alla parola, il significante rispetto al
significato nell’accezione tradizionale di questi
termini), perché questo rovesciamento rimarrebbe
all’interno della concettualità metafisica; piuttosto
all’interno di un’opposizione (lingua e scrittura) si
tratta di assumere il termine che era stato svalutato (la
scrittura) e mostrarne la rimozione, rovesciare in un
primo momento la gerarchia, per poi produrre un nuovo
concetto che non rientra più nell’opposizione
precedente (l’archiscrittura come movimento della
differenza che sta al fondo tanto della lingua quanto
della scrittura nel loro senso tradizionale); 2) a partire
da questa rielaborazione concettuale Derrida avanza
l’ipotesi di una nuova “scienza”, la grammatologia,
della quale sottolinea al tempo stesso l’importanza e i
limiti: da un lato essa risponderebbe all’esigenza di
tematizzare il nuovo concetto di scrittura distinto da
quello tradizionale e la linguistica tradizionale ne
sarebbe semplicemente una parte non più dominante;
dall’altro lato il progetto di una “grammatologia”
è, in ultima analisi, contraddittorio e impossibile: non
ci può essere infatti una scienza che abbia come
proprio oggetto la scrittura, perché i valori
occidentali di scientificità e di oggettività sono stati
resi possibili proprio dalla scrittura; l’archiscrittura,
inoltre, non è un ente presente che possa essere
sottoposto allo sguardo teorico di una scienza. Il testo
di Derrida non è dunque semplicemente la proposta di una
nuova disciplina, ma anche e innanzitutto la
problematizzazione dei suoi limiti intrinseci; 3) il
concetto di traccia rinvia, da un altro punto di
vista, allo stesso ambito problematico dell’archiscrittura
(oltre che del famoso concetto di différance,
esposto nell’omonima conferenza): nella presenza c’è
già sempre la traccia dell’assenza, nell’identità a
sé la traccia dell’altro, nel presente la traccia delle
altre dimensioni temporali, nel linguaggio la traccia
della scrittura (in quanto archiscrittura), in un
significato la traccia degli altri significati (per cui
non c’è significato puro, perché un significato
rimanda agli altri ed è quindi anche sempre
significante); con il termine “traccia” Derrida indica
proprio l’impossibilità di stabilire una separazione
netta e pura tra questi ambiti differenti, la contaminazione
tra un termine dell’opposizione e l’altro. Le
conseguenze si estendono così all’intero campo
dell’esperienza: si tratta di pensare l’ente e la
presenza a partire dalla traccia e dalla differenza e non
viceversa, come ha sempre preteso di fare la metafisica.
La traccia e la différance non sono qualcosa di
aggiunto rispetto a quelle coppie di opposti, ma indicano
il movimento attivo di differenziazione che le costituisce
originariamente. Per questo Derrida utilizza anche
l’espressione “architraccia”. In un primo momento è
necessario parlare di “architraccia”, cioè di una
traccia “originaria”, per contrastare la strategia
metafisica che subordina la traccia e la differenza alla
presenza e per affermare la priorità di quelle rispetto a
questa; ma affermare che “la traccia è l’origine
assoluta del senso in generale” equivale a dire in realtà
che “non c’è origine assoluta del senso in
generale”, perché “origine” ha sempre voluto dire
presenza piena e semplice, non intaccata dalla traccia. Il
concetto di “architraccia” ha quindi in realtà una
funzione strategica e provvisoria e deve essere superato
perché in ultima analisi contraddittorio: il suo vero
scopo è proprio quello di condurre alla critica del
concetto di “origine” in generale.
Nella
seconda parte della Grammatologia Derrida
“esemplifica” le proprie tesi attraverso la lettura
decostruttiva dei testi dedicati alla scrittura da Lévi-Strauss
e Rousseau. Le tesi che Lévi-Strauss presenta come frutto
di “lavoro sul campo” sono in realtà, per Derrida,
pesantemente condizionate dall’eredità metafisica
logocentrica, nella loro pretesa di indicare la scrittura
come fonte di corruzione e di malvagità nelle comunità
selvagge. Lévi-Strauss, mantenendo la distinzione tra
natura e cultura, vagheggia un ideale di società pura,
una presenza non ancora contaminata dalla violenza della
storia e della scrittura. Le tesi dell’antropologo
francese mostrano forti analogie con quelle di Rousseau,
di cui Derrida prende in esame numerosi passi delle Confessioni
e soprattutto il Saggio sull’origine delle lingue,
testi nei quali si trova un’analoga condanna della
scrittura. Derrida concentra la sua attenzione in
particolare sul concetto di supplemento e sulle molteplici
figure che assume nel testo di Rousseau: la scrittura come
supplemento rispetto alla parola, la società rispetto
alla natura, l’autoerotismo rispetto all’erotismo
“normale”. Da una parte Rousseau cerca costantemente
di individuare una presenza piena e originaria, rispetto
alla quale i vari supplementi sarebbero semplicemente
un’aggiunta esteriore, non essenziale e spesso
pericolosa. Dall’altra parte, tuttavia, nelle sue
descrizioni non può fare a meno di riconoscere che la
presenza è già sempre venuta a mancare a se stessa, che
il supplemento è essenziale e necessario, che non è
quindi possibile stabilire opposizioni concettuali nette e
pure tra il dentro e il fuori: se il “fuori” può
influenzare il “dentro” è perché è interiore al
“dentro” e contribuisce a costituirlo. Derrida delinea
così il compito di pensare un “supplemento
originario”, idea contraddittoria e inconcepibile per la
logica classica dell’identità.
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su Jacques Derrida a cura di Vincenzo Costa
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