Quaderno Filosofi & Classici
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Il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri

 


a cura di
Alessandro Raffi

Incuneato tra la composizione dei primi tre libri del Convivio e la stesura del quarto, ubicato su un problematico piano di indagine in cui convergono esegesi biblica, grammatica speculativa, retorica, e poetica, spesso secondo intrecci imprevedibili e spiazzanti, il De vulgari eloquentia ripropone il tema della nobiltà secondo una prospettiva teorica  consequenziale alla celebrazione della mente umana che il Convivio sviluppa in chiave antropologica.

Il primo libro stabilisce innanzi tutto che il linguaggio è una prerogativa tipica dell’uomo, essere dotato di anima e corpo in quanto creatura intermedia tra l’angelo e l’animale. Soltanto la nostra specie può comunicare attraverso il linguaggio, costituito da segni sensibili che esprimono i pensieri concepiti dalla mente. Infatti, gli angeli non hanno bisogno di comunicare in quanto privi del corpo: i loro pensieri si manifestano immediatamente senza la necessità di un mezzo sensibile. Gli animali, in quanto privi di ragione, non hanno nulla da comunicare. Fissate queste premesse, Dante prosegue con un breve commento alla Genesi che tratta l’origine e la storia delle lingue  da Adamo fino all’epoca della torre di Babele. Per  punire il peccato di presunzione che aveva indotto l’umanità a tentare la scalata al cielo, Dio fece obliare l’originario idioma parlato nell’Eden, stabile e non soggetto a mutamenti, che tutta la tradizione medievale identifica con l’ebraico. L’effetto della punizione divina fu che il genere umano si divise in una pluralità di gruppi linguistici ed etnici non più in grado di comunicare tra loro. Il ricorso al tema tradizionale della torre di Babele permette a Dante di impostare la sua ricerca teorizzando la mutabilità delle lingue nello spazio e nel tempo, per poi  ricostruire le principali linee di differenziazione linguistica in una prospettiva storico – geografica. L’umanità si divise in tre zone che Dante raggruppa in altrettanti ceppi linguistici. Coloro che si insediarono nelle regioni settentrionali, dal Danubio fino all’Inghilterra, parlarono un idioma caratterizzato dalla forma affermativa ;  un altro gruppo occupò le regioni orientali e parte dell’Asia dando origine al popolo di lingua greca; il terzo si insediò nelle regioni meridionali e occidentali dell’Europa differenziandosi nel corso del tempo in altre tre aree, le cui lingue si distinguono per le particelle affermative oui, oc, (rispettivamente il francese, l’occitanico e l’italiano). Dopo aver analizzato la situazione delle lingue romanze e aver tracciato una mappa dei quattordici dialetti italiani, suddivisi in due gruppi di sette ciascuno, idealmente divisi dalla linea degli Appennini, Dante sottolinea la sua volontà di promuovere una lingua italiana unica che possa portare, in futuro, alla unificazione politico – militare del paese, travagliato da molteplici conflitti tra le varie signorie cittadine. In questo contesto, egli teorizza altresì la superiore nobiltà del volgare rispetto al latino, la lingua in cui poetarono i più illustri vati dell’antichità, e che divenne poi lingua ufficiale della cultura e delle istituzioni. Il latino, secondo una concezione assai diffusa nel Medioevo, viene considerato da Dante come una creazione artificiale, nata dal proposito di ricostituire una lingua internazionale e veicolare che permettesse  di riparare le conseguenze più deleterie della confusione babelica. Ciò nonostante, e andando contro l’opinione corrente che egli stesso aveva accreditato nel Convivio, Dante rovescia i tradizionali criteri di valutazione dichiarando che il volgare è più nobile del latino. Come Dio si fa sentire più nell’uomo che nella bestia, più nell’animale che nella pianta, allo stesso modo il volgare “illustre” risplende soprattutto nelle composizioni di quei poeti che si sono ispirati ai modelli classici, forgiando una lingua nobile nella accezione della metafisica neoplatonica della Luce in quanto lingua “illustre”, ovvero atta a diffondere i benefici del sapere alla maniera del Sole intelligibile; lingua “cardinale”, perché costituisce il cardine attorno al quale ruotano tutti gli altri volgari municipali; “aulica” perché adatta alla reggia d’Italia, ove ne esistesse una; e “curiale”, in quanto norma e misura di ogni locutio.

Se la trattazione storico – linguistica del De vulgari eloquentia costituisce un elemento di novità di cui l’autore è pienamente consapevole,  i presupposti teorici della semiotica dantesca rimandano a una molteplicità di fonti talora difficili da individuare. I richiami più evidenti vanno ad Aristotele e a Tommaso d’Aquino, da cui egli ricava la concezione convenzionalistica del segno come elemento sensibile stabilito ad placitum per veicolare un significato intelligibile. Dante  respinge la teoria opposta secondo cui tra le cose e le parole esisterebbe un nesso di causa/effetto o un rapporto simbolico fondato in natura, facendo intuire che un rapporto di questo genere esisteva soltanto nella lingua originaria parlata da Adamo nell’Eden. Nella ricostruzione della storia dell’umanità da Adamo alla confusione babelica, invece, Dante rielabora argomentazioni che rinviano ai classici commenti alla Genesi diffusi nel Medioevo, dai testi di Sant’Agostino alle glosse di Rabano Mauro e Pietro Comestore. In tutti questi autori era ormai consuetudine impostare la ricerca sulle origini del linguaggio e sulla storia degli idiomi  assumendo l’Autorità della Genesi come punto di riferimento. In Dante, tuttavia, emerge un aspetto innovativo che è possibile cogliere nell’affermazione della naturale instabilità delle lingue nello spazio e nel tempo, dedotta dalla mutabilità delle convenzioni umane. L’esistenza di una molteplicità di idiomi in continua evoluzione, più che essere ricondotta alla punizione divina contro gli ideatori della torre di Babele, viene dedotta da un dato antropologico universale e considerata, quindi, un fattore naturale. Notevole, infine, è anche l’intuizione della comune origine delle lingue romanze, che pure Dante contrappone al latino considerandolo una  lingua artificiale.

Alla trattazione filosofica del primo libro, il secondo trattato aggiunge un’analisi più tecnica del volgare, a metà strada tra retorica e stilistica. Dante  passa in rassegna le forme metriche più utilizzate da quanti hanno poetato in volgare –  canzone, ballata, sonetto – e dopo aver proclamato la supremazia della canzone, per struttura e tecnica di composizione, ripropone la tradizionale teoria dei tre stili: tragico, adatto ai temi più elevati, comico, lo stile “mediano” ed elegiaco, riservato alle tematiche più umili. Tra i versi utilizzati in poesia, il più illustre è l’endecasillabo, di cui Dante sottolinea l’ampiezza e la complessità ritmica che   permettono a chi lo adotta di manifestare il proprio pensiero in modo più articolato e completo.  Il trattato si interrompe quando Dante inizia ad esaminare la constructio, ovvero l’organizzazione regolata delle parole nella frase.

La  seconda sezione del De vulgari eloquentia si ricollega più da vicino ai trattati di retorica del tempo, con i quali condivide il presupposto che la poesia sia superiore alla prosa. Non mancano tuttavia alcune digressioni di carattere filosofico che ampliano le tematiche già affrontate in precedenza. In un breve passaggio all’altezza del secondo capitolo, ad esempio, Dante ritorna sul tema dell’uomo come essere intermedio tra l’angelo e la bestia, sottolineando che questa sua peculiarità lo colloca in una posizione centrale nella scala gerarchica delle creature.

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