| L'ambito
nel quale il lavoro di Searle si è
particolarmente sviluppato, fin dalla fine degli
annai cinquanta, è sicuramente quello
relativo al concetto di intenzionalità.
Nata con Brentano e ripresa poi da Husserl che ne
ha fatto un concetto-chiave della fenomenologia,
l'intenzionalità rappresenta un tema di attualità
nel dibattito filosofico. Edmund Husserl riconosce
all'intenzionalità (anche sulla scorta del
concetto di significato derivato da Frege) il
ruolo di dare (costituire) significato all'oggetto
indagato. Intenzionalità non significa, in questo
contesto, instaurazione di una rapporto causale ma
rappresenta l'atto attraverso il quale l'oggetto
assume e mostra significato. Nell'opera del 1983, Intentionality.
An Essay in the Philosophy of Mind, John R.
Searle si sforza di ricondurre il concetto di
intenzionalità all'interno della relazione tra
corpo e mente, eliminando il trascendentalismo
proprio dell'accezione husserliana. Perché questo
sia possibile Searle deve riuscire a dimostrare
una sorta di bidirezionalità del processo
intenzionale che, sotto alcuni aspetti, oltre a
presupporre causalità conoscitiva, dovrà
procedere anche in modo autoreferenziale. E'
quanto succede, secondo Searle, ad esempio nel
processo percettivo. La sua interpretazione
dell'atto visivo concretizzata nella visione di un
auto, viene così descritta:
Ho
un'esperienza visiva con la mente che trova
conferma nel mondo il cui contenuto intenzionale
è [(a) c'è un'automobile prima di me, (b) che c'è
un'automobile che sta causando l'esperienza
visiva]
Ecco
che in questo passo appare evidente sia il
processo autoreferenziale sia il processo causale.
Infatti il contenuto intenzionale dell'atto
conoscitivo (che può essere individuato nella
proposizione a) per essere vero, per potersi dire
soddisfatta la condizione di veridicità, sembra
necessitare sia della verifica dell'esistenza
effettiva di un'automobile prima di me sia del
processo causale che si instaura tra l'oggetto
conosciuto e l'atto intenzionale (proposizione b).
A partire da questa revisione del concetto di
intenzionalità e della sua interpretazione
collegata alla causalità, Searle ritiene
possibile ridurre la dicotomia tra l'intenzionalità
considerata dal punto di vista trascendentale ed
il mondo naturale. Infatti, così scrive sempre
nell'opera del 1983:
La
coscienza e l'intenzionalità sono parte della
biologia umana tanto quanto la digestione o la
circolazione sanguigna. E' un fatto oggettivo
relativo al mondo che questo contenga sistemi
(cervelli) con stati mentali soggettivi, ed è un
fatto fisico relativo a questi sistemi che essi
abbiano caratteristiche mentali. La soluzione
corretta al problema "mente-corpo" non
è nella negazione della realtà dei fenomeni
mentali ma nell'apprezzamento della loro natura
biologica.
Il
tema del rapporto tra corpo e mente non viene
assolutamente abbandonato da Searle, anzi. Se nel
1983 il punto cardine del suo processo di ricerca
era il concetto di intenzionalità, nel 1992
l'attenzione si sposta sul concetto di coscienza.
In The Rediscovery of the Mind l'attenzione
di Searle si concentra sul rapporto tra la
coscienza e la scienza, in particolare sulle
difficoltà di quest'ultima nell'affrontare e
spiegare gli atti di coscienza. Secondo Searle la
coscienza si struttura in base ad una ontologia
soggettiva che non può essere raccolta nel
concetto di ontologia oggettiva che per la scienza
rappresenta il modello, il paradigma della verità.
Queste posizioni vengono riprese e approfondite in
un lavoro più recente, The Mystery of
Consciousness del 1997 nel quale Searle
riprende e completa le riflessioni avviate in The
Rediscovery of Mind. In merito al discorso
relativo al rapporto tra coscienza e scienza,
Searle sottolinea lo scarto che esiste tra
l'esigenza che la scienza necessita dal proprio
oggetto d'indagine, dal punto di vista epistemico,
quindi l'oggettività epistemica e ciò che invece
non può esigere (cioè l'oggettività
ontologica). E a partire da queste considerazioni
che la coscienza può e deve, secondo Searle,
perdere qualsiasi aura di mistero e diventare
parte integrata della lettura scientifica.
Ma
quest'ultima caratteristica, l'oggettività
ontologica, non è un tratto essenziale della
scienza. Se la scienza deve "render
conto" di come il mondo è strutturato e se
gli stati soggettivi di coscienza sono parte del
mondo, ecco che dovremmo cercare uno stato (epistemicamente)
oggettivo di una realtà (ontologicamente)
soggettiva, la realtà degli stati soggettivi di
coscienza. Ciò che sto sostenendo qui è la
possibilità di avere una scienza
epistemicamente oggettiva di una realtà che è
ontologicamente soggettiva.
Se
il rapporto tra coscienza e scienza si gioca sul
concetto di soggettività ontologica, Searle
ribadisce la relazione esistente tra corpo e
mente. Infatti anche la coscienza (come
l'intenzionalità con cui è strettamente
collegata) è espressione di un'attività
biologica del corpo umano e non agisce ad un
livello separato o "trascendente"
rispetto all'organicità del corpo umano. Secondo
Searle gli stati di coscienza non sono altro che
il risultato di processi neurobiologici del
cervello umano. Questa relazione causale tra
attività cerebrale e coscienza non deve dare
adito alla convinzione che a partire da ciò si
possa parlare di una realtà fisica ed una realtà
mentale delle cose, anzi. Proprio assumendo questa
relazione si devono riconoscere diversi livelli di
"manifestazione" del sistema corpo-mente
che spiegano quanto sintetizzato fino ad ora.
I
processi cerebrali causano gli stati di coscienza
ma gli stati di coscienza che causano non sono
sostanze o entità estranee. Non sono altro che un
la forma di un livello più alto dell'intero
sistema. Le due relazioni cruciali tra la
coscienza ed il cervello possono così essere
riassunte: livelli più bassi di processi
neuronali nel cervello causano gli stati di
coscienza e gli stati di coscienza sono
semplicemente un livello più alto di
manifestazione del sistema che ha origine
dall'attività neuronale di livello più basso.
La
riflessione di Searle su intenzionalità e
coscienza ha permesso di sviluppare un paradigma
del funzionamento dell'attività cerebrale e della
relazione di questa con il corpo e la fisicità
dell'uomo. A partire da queste considerazioni,
Searle elabora, a partire dai primi anni ottanta,
una forte critica al modello che vorrebbe
equiparare il funzionamento cerebrale a quello di
un computer (funzionalismo). Searle nega con
decisione questo parallelo, ribadendolo con forza
anche in una recente intervista.
Quando
ho cominciato ad occuparmi dell'intenzionalità e
della coscienza mi sono inevitabilmente trovato a
riflettere sui contenuti della teoria
computazionale, che sostiene l'analogia tra la
mente e il computer e a riscontrarne un grave
errore di fondo: la teoria computazionale si
applica alla manipolazione di simboli, a 0 e 1. Ma
la mente implica qualche cosa di più della
manipolazione di simboli: la mente non possiede
soltanto una sintassi, ma anche una semantica.
E
per dimostrare questo assunto nel 1980 in un
articolo intitolato Minds, Brains and Programs,
Searle presenta il cosiddetto argomento della stanza
cinese (The Chinese Room Argument) che
resta tutt'oggi argomento di dibattito e
discussione per la comunità filosofica
internazionale. L'obiettivo di Searle è quello di
dimostrare fondamentalmente quattro proposizioni:
a) i programmi per computer sono formali o
sintattici; b) il cervello umano ha dei contenuti
mentali o semantici; c) la sintassi di per sé non
costituisce e non è neppure sufficiente per
originare la semantica; d) si conclude che i
programmi di computer non sono costitutivi e
neppure sufficienti per il cervello. Per
verificare la validità di queste asserzioni,
Searle ipotizza la realizzazione di un esperimento
che ha proprio lo scopo di dimostrare la
differenza tra cervello umano e computer. Si
ipotizzi di chiudere un soggetto che conosce la
sola lingua inglese in una stanza e fornirlo di
istruzioni, in lingua inglese, per ordinare
correttamente tra loro i caratteri della lingua
cinese. Ora, in base a queste istruzioni e
partendo da alcuni caratteri ricevuti dall'esterno
della stanza, il soggetto restituisce i caratteri
ordinati in modo diverso. L'esempio prevede che i
caratteri in ingresso nella stanza
rappresentassero delle domande e le istruzioni a
disposizione del soggetto all'interno della stanza
gli permettessero di disporre in caratteri in modo
tale da fornire le corrette risposte alle domande.
Coloro che ricevono le risposte all'esterno della
stanza sono cinesi ed essi, all'insaputa di tutto,
potranno pensare che all'interno della stanza vi
sia un soggetto in grado di scrivere e comprendere
il cinese ma evidentemente così non è. A partire
da queste considerazioni, alla domanda se la mente
può essere considerata alla stregua di un
programma di computer, Searle risponde così in
uno scritto degli anni novanta:
Poiché
i programmi sono definiti esclusivamente da un
punto di vista formale o sintattico e poiché il
cervello ha un contenuto mentale intrinseco, ne
deriva immediatamente che il programma di per se
stesso non può essere equiparabile al cervello.
La sintassi formale del programma non garantisce
da sé la presenza del contenuto mentale. Ho già
dimostrato questa realtà una decina di anni fa,
nell'argomento della stanza cinese. Un computer,
io per esempio, può compiere le diverse
operazioni del programma relative ad alcune abilità
mentali, come capire il cinese, senza comprenderne
una parola. L'argomento si basa sulla semplice
verità logica che la sintassi non è identica e
neppure da sé sufficiente alla semantica.
In
realtà, le ricerche di Searle attorno al concetto
di intenzionalità, coscienza, intelligenza
artificiale, si concretizzano in un progetto unico
che sembra avviarsi a sintesi in un'opera del
1995, significativa fin dal titolo, The
Construction of Social Reality. In questo
testo che sembra chiudere il circolo di una
ricerca avviata alla fine degli anni sessanta con Speech
Acts (1969), l'attenzione di Searle si
focalizza su come sia possibile che la coscienza
ed i fenomeni intenzionali si integrino in un
mondo costituito di particelle fisiche calate in
diversi campi di forza. La risposta a questa
domanda si articola a partire dall'enunciazione di
due principi, già presenti nelle opere
precedenti. Il primo, il cosiddetto principio
di costituzione per cui X costituisce Y nel
contesto C ed il principio di traslazione
per cui X conta come Y nel contesto C. Il
principio di costituzione permette a Searle di
spiegare la relazione tra l'aspetto mentale (stati
di coscienza) e quello fisico (stati
neurofisiologici): i fenomeni intenzionali e gli
stati di coscienza sono causati e originati da
stati neurofisiologici ma in virtù del loro
statuto di macrofenomeni non sono riducibili alle
singole proprietà delle strutture sottostanti. Il
principio di traslazione si applica, viceversa, a
quegli oggetti non intrinsicamente intenzionali,
quali ad esempio i simboli ma anche le istuzioni
sociali. A partire da questi presupposti e
applicando al contesto sociale il principio di
traslazione Searle può parlare di intenzionalità
collettiva dove ai fenomeni sociali, alla
realtà sociale viene riconosciuta la propria
funzione dai singoli che ne sono parti
costitutive. Così ne parla Searle in una recente
intervista:
E
questo è ciò cui ho cercato di rispondere nel
mio libro La costruzione della realtà sociale
dove sostengo che le istituzioni sociali non
hanno, di per sé, alcuna realtà: sono gli uomini
che rendono reali i fatti e le strutture sociali.
La realtà dei fatti naturali, delle
"montagne" e delle "molecole",
esiste indipendentemente dalle nostre
rappresentazioni, mentre il denaro o il
matrimonio, acquistano "realtà" solo in
riferimento ad una accordo convenzionale che gli
uomini decidono intenzionalmente di stabilire. In
un certo senso, potrei dire che ho scritto un solo
libro in tutta la mia vita, un libro che comprende
diversi capitoli, uno sugli atti linguistici, uno
sull'intenzionalità, la coscienza e la realtà
sociale.
Bibliografia:
 |
Speech
Acts (Atti Linguistici), 1969 |
 |
Minds,
Brains and Programs, Behavioraland Brain
Sciences, 3, pp. 417-24 (trad. in Tonfoni
[1984]; trad. intrad. Hofstadter e Dennett
(a cura di) [1981], pp. 341-360), 1980 |
 |
Intentionality.
An Essay in the Philosophy of Mind, 1983
(Cambridge University Press, Cambridge
(trad. Dell'intenzionalità:un saggio di
filosofia della conoscenza, Bompiani,
Torino, 1990). |
 |
Minds,
Brains and Science (Menti, cervelli e
programmi), The 1984 ReithLectures, Harvard
University Press, Cambridge (Mass.), 1984 |
 |
"Intentionality
and Its Place in Nature",Synthese, 61,
pp. 3-19, 1984 |
 |
Indeterminacy,
Empiricism and the FirstPerson",
Journal of Philosophy, LXXXIV, 1987 |
 |
Collective
Intentionality and Action, in Cohen, Morgan,
Pollack (a cura di), 1990 |
 |
Response:
The Background of Intentionalityand
Action", in Lepore and Van Gulick,
1991. |
 |
The
Rediscovery of the Mind, 1992, A
BradfordBook/The The MIT Press, Cambridge
(Mass.),(trad. S. Ravaioli, La riscoperta
della mente, Bollati Boringhieri, Torino,
1992) |
 |
The
problem of consciousness, in Bock,Marsh (a
cura di), pp. 61-80, 1993 |
 |
Intentionality
(1), in Guttenplan (a cura di) [1994], pp.
379-386, 1994 |
 |
The
Construction of Social Reality, (La
costruzione della realtà sociale), 1995 |
 |
The
Mystery of Consciousness (Il mistero della
coscienza) 1997 |
 |
Mind,
Language and Society, 1999 |
|