
a
cura di
Miriam Ronzoni
Università
degli Studi di Milano
John Rawls nasce
nel 1921 a Baltimora. Finita la scuola, si iscrive
all'Università di Princeton
e in seguito parte volontario per l'Estremo Oriente, dove
l'esercito statunitense aveva inviato le proprie divisioni
in seguito all'attacco da parte del Giappone. L'esperienza
della guerra è essenziale nella formazione della tempra
morale del giovane Rawls e la condanna dell'uso della
bomba atomica da parte degli Stati Uniti sarà un elemento
ricorrente nei testi della maturità. Tornato in America,
Rawls consegue il dottorato e quindi insegna nelle
Università di Princeton,
Cornell e al MIT
prima di ricevere una cattedra a Harvard.
Grande ammiratore di Kant
e Lincoln e del loro rigore, anche dopo l'enorme successo
che lo travolge in seguito alla pubblicazione di Una
teoria della giustizia nel 1971, Rawls
rinuncia fermamente alla possibilità di diventare un
personaggio pubblico, giungendo a chiedere di essere
cancellato dalla rubrica Who's
who, dedicata ai personaggi famosi. I suoi colleghi lo
ricordano come una persona schiva e seriamente devota al
rispetto della giustizia anche nella vita privata - si
racconta che una volta, in sede di discussione di una tesi
di dottorato, sia rimasto seduto per ore in una posizione
notevolmente scomoda per far sì che i raggi di sole che
entravano dalla finestra non dessero fastidio al
candidato.
John
Rawls E' morto a Lexington il 24 novembre 2002.
Il
vero grande problema della filosofia politica è
costituito, secondo Rawls, non dalla ricerca del bene
comune, ma da un'adeguata nozione di giustizia e da
un'altrettanto adeguata procedura per comprendere come le
nostre istituzioni possono essere (più) giuste. Il
concetto di giusto deve essere considerato prioritario
rispetto al bene nella teoria morale, e questo perché, se
avviene il contrario, il rischio è quello di non riuscire
più ad ottenere una definizione autonoma e indipendente
di giustizia. Se è il bene ciò che conta, tutto ciò che
massimizza il bene non può che essere giusto e ciò
comporta spesso conseguenze moralmente pericolose e
controintuitive. L'insistenza sulla priorità della
giustizia è al centro della nota critica di Rawls
all'utilitarismo, che volendo a tutti i costi massimizzare
la felicità comune (vista come somma delle felicità
individuali), può giungere a considerare legittima, in
certi casi, la violazione di alcune libertà fondamentali.
Già
nelle prime pubblicazioni a metà degli anni '50 Rawls
inizia ad elaborare la nozione che più lo ha reso noto,
vale a dire il concetto di posizione
originaria - ma tale nozione arriva alla propria
formulazione più matura soltanto in Una
teoria della giustizia (1971). La procedura più
adeguata per individuare dei principi fondamentali di
giustizia che siano equi, afferma Rawls, consiste nel
compiere un esperimento mentale di questo tipo:
immaginiamo che un gruppo di individui, privati di
qualsiasi conoscenza circa il proprio ruolo nella società,
i propri talenti,
le proprie caratteristiche psicologiche e i propri valori,
dovesse scegliere secondo quali principi di fondo deve
essere gestita la società in cui vivono.
Tali individui
sarebbero in una posizione originaria e sotto un velo
d'ignoranza. Ebbene, in
condizioni simili, sostiene Rawls,
anche se fossero totalmente disinteressati gli uni
rispetto alla sorte degli altri, le parti sarebbero
costrette dalla situazione a scegliere principi equi. Tali
principi affermerebbero, in particolare, (1) che ogni
persona ha un uguale diritto alla più estesa libertà
fondamentale,
compatibilmente con una simile libertà per gli altri e (2)
che le ineguaglianze economiche e sociali sono ammissibili
soltanto se sono per il beneficio dei meno avvantaggiati.
L'ultimo principio afferma dunque che grandi ineguaglianze
in termini relativi tra i membri della società sono
giustificate se comportano un beneficio, in termini
assoluti, anche per i meno avvantaggiati.
La
posizione filosofica di Rawls può dunque essere vista
come una forma di liberalismo egalitario, il che ha reso
per un certo tempo le sue tesi molto popolari tra i
democratici americani. Un liberalismo attento alla
questione dell'eguaglianza e delle pari opportunità è
per Rawls il tratto distintivo e immancabile di un'idea di
giustizia
concepita come
equità.
Il
tentativo rawlsiano di giungere a dei principi di
giustizia attraverso una formulazione deduttiva ha
suscitato grande ammirazione ma anche molte critiche,
incentrate rispettivamente
(a) sull'impossibilità
di concepire gli individui come astrattamente sradicati
dai loro valori e dall'appartenenza a una comunità (da
parte di comunitaristi come Sandel); (b)
sulle eccessive
restrizioni alla libertà individuale imposte dalle
esigenze egalitarie del secondo principio (da parte di
libertari come Nozick); (c)
sulla
problematicità del modo in cui Rawls, attraverso la
nozione di posizione originaria, rivisita la tradizione
contrattualista (da parte di Dworkin); (d)
sulla mancanza di
attenzione verso istituzioni come la famiglia e verso
forme di ingiustizia e discriminazione estranee all'ambito
delle costrizioni della legge (da parte di studiose
femministe come Susan Okin).
Per
rispondere in parte a tali critiche - e a molte altre -
Rawls sottolinea, in Liberalismo
Politico (1993) come nelle società democratiche vi
sia un ragionevole disaccordo in merito alle diverse
concezioni della vita e di ciò che ha valore. E'
possibile pensare che persone ragionevoli, sinceramente
convinte della giustezza dei principi liberali, non
condividano in pieno la teoria dei due principi di
giustizia - ad esempio, che condividano il primo principio
ma non il secondo, in quanto convinti che il valore
supremo sia la libertà da incoraggiare a tutti i costi,
anche a discapito dell'uguaglianza.
Tuttavia, una forma di accordo su alcuni principi che
possano essere accettabili anche da chi professa
convinzioni (ragionevolmente) diverse è possibile: è
possibile cioè un liberalismo "politico non
metafisico", garantito da ciò che Rawls chiama overlapping
consensus.
Tuttavia,
l'overlapping
consensus è un fatto, empiricamente presente nelle
società liberal-democratiche, ma non garantito. Come
risolvere il caso di società in cui tale consenso non
esiste?
Rawls
si pone tale problema non tanto a livello nazionale,
quanto su scala internazionale, in Il
diritto dei popoli (1993). Anche qui, è possibile che
le società liberali e le società decenti (cioè
le società accettabilmente gerarchiche) si accordino su
un nucleo minimale di diritti umani (molto più ristretto
rispetto a ciò che normalmente intendiamo quando parliamo
di diritti umani). Tuttavia, tale accordo non è possibile
con quelle che Rawls chiama le società fuorilegge,
cioè società autoritarie e aggressive, o con popoli
troppo poveri per poter garantire i requisiti minimi di
giustizia. Verso questi ultimi le società liberali e le
società decenti si impegnano tuttavia a dei doveri di
assistenza.
Queste
ultime osservazioni sulla giustizia internazionale hanno
dato adito a grandi discussioni, perché Rawls sembra
abbandonare una prospettiva normativa e strettamente
deduttiva, devota solo ed esclusivamente alle esigenze di
giustizia - e che quindi sembrerebbe dover prescrivere una
posizione originaria globale, in cui tutti gli esseri
umani stabiliscono i principi di giustizia e si impegnano
gli uni verso gli altri - per passare a conclusioni
maggiormente realistiche. La Società dei Popoli dovrebbe
costituire infatti, per Rawls, la proposta di un'utopia
realistica.
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su Una teoria della giustizia
Bibliografia
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