
a
cura di
Daniela
Calabrò
Maurice Merleau-Ponty
nasce nel 1908 a Rochefort-sur-Mer e muore prematuramente
a Parigi
nel 1961. Inizia la sua carriera come docente presso vari
licei di provincia per poi affermarsi all’Università di
Lione e successivamente alla Sorbona. Dal 1952 viene
chiamato ad insegnare al Collège de France alla cattedra
che era stata di Bergson.
La sua vita si fonde intimamente con il suo pensiero
filosofico, destinato ad un engagement radicale,
come risulta evidente da tutte le sue scelte politiche e i
suoi percorsi esistenziali. L’incontro con Sartre,
conosciuto all’Ecole Normale Supèrieure ne è
l’emblema più chiaro: il sodalizio con l’autore
dell’Essere e il nulla si era cementato durante
la guerra con la partecipazione attiva al gruppo degli
intellettuali della Resistenza (noto con il nome di
“Socialisme et liberté”) ed era proseguito con la
comune fondazione della rivista “Les Temps Modernes”
nel 1945. Decisivo, per Sartre come per Merleau-Ponty,
l’incontro con il pensiero di Husserl,
nel quale riconoscevano - seppur dandone interpretazioni
profondamente diverse - uno strumento per superare tanto
l’idealismo soggettivistico quanto il realismo
positivista. Infatti, mentre nella fenomenologia di Sartre
il concetto di coscienza come sostanza si riduce a
puro nulla e conserva significato solo a condizione che
venga messo in relazione con l’agire concreto del
soggetto, nella fenomenologia merleau-pontyana
l’attenzione è invece spostata dall’agire volontario
e concreto all’interrelazione fra le differenti
scelte soggettive. Il singolo atto perde così il suo
carattere tragico e gratuito per assumere la natura di
“evento” nell’ambito di un più ampio orizzonte di
senso. Da queste divergenze teoriche di fondo non poteva
di certo non scaturire un aspro dissidio sulle questioni
relative alla prassi politica e all’engagement
filosofico - come si evince dagli scritti prevalentemente
di ordine politico, quali Senso e non-senso, Umanismo e
Terrore, Le avventure della dialettica. Nel 1953 tale
dissidio arriva al culmine: Merleau-Ponty lascia Les Temps
Modernes non potendo più condividere l’assoluto e
totale appoggio di Sartre
alle posizioni dell’URSS e del partito
comunista francese. L’impegno merleau-pontyano di volge
definitivamente al sostegno delle posizioni socialiste.
Sul
piano squisitamente filosofico, Merleau-Ponty radicalizza
il rapporto tra coscienza e mondo e prende le distanze
dalla prospettiva sartriana, ancora fondata sul dualismo
cartesiano di res extensa e res cogitans.
Infatti, com’è noto, la contrapposizione tra il per
sé e l’in sé di cui parla Sartre,
che concepisce il per sé quale puro non-essere e
l’in sé quale puro essere, è identificabile con
la rappresentazione dualistica del mondo fornitaci da
Cartesio. Rappresentazione dualistica che di fatto culmina
in una filosofia riflessiva o del “soggetto puro” (cogito
ergo sum) da cui deriverebbe l’intera esistenza.
Soggetto e oggetto invece vengono a costituirsi, sin dalla
Struttura del comportamento, come rapporto di
implicazione reciproca e non di fronteggiamento o
contrapposizione. Qui, le analisi sulle strutture
comportamentali condotte da Merleau-Ponty si rivelano
essere una vistosa critica dei risultati della psicologia
contemporanea, dal comportamentismo all’introspezionismo
alla psicologia della forma. Ma, se nella Struttura del
comportamento il problema era quello di delineare,
contro le concezioni della psicologia dominante, il
rapporto tra l’organismo che percepisce e il suo
ambiente, nella Fenomenologia
della percezione il compito diventa più
radicale. È in quest’opera, infatti, che il filosofo
imprime una svolta decisiva al suo itinerario di pensiero:
la classica opposizione tra soggetto e oggetto,
direttamente derivante dalla contrapposizione tra essenza
ed esistenza si colloca dentro una nuova prospettiva, non
più logica o psicologica, ma esistenziale. Il nostro
essere-al-mondo svela come primaria la nostra esperienza
percettiva che co-nasce all’intersezione del
soggetto e dell’oggetto, dell’io e del mondo. Vengono
così respinti sia il realismo sia il razionalismo. Il
primo in quanto priva la percezione della facoltà di
“inaugurare la conoscenza”, disgregandola in una
miriade di sensazioni; esso risolve infatti l’atto di
coscienza in una mera concatenazione di avvenimenti,
ribaltandolo drasticamente nell’esteriorità delle cose
e nascondendoci così gli orizzonti umani, culturali e
naturali entro cui si svolge la nostra vita. In altri
termini, riduce il percepito ad una somma di proprietà
fisiche, degradando a illusione il mondo culturale -
“mentre tale mondo è l’alimento della nostra
esperienza” ed è quello in cui siamo immersi da sempre.
E, in pari tempo, “sfigura anche il mondo naturale”
riducendolo ad un insieme di stimoli e qualità.
Il
secondo (il razionalismo) in quanto - a sua volta e per
converso -, pronunciandosi in favore dell’assolutezza
dello spirito, sfocia nella conoscenza assoluta di un ego
trascendentale, di una mente onnicomprensiva (vedi
Cartesio, Sartre) che pretende di trasportarci “da un
mondo cristallizzato e determinato a una coscienza senza
incrinature”.
Merleau-Ponty
opera quindi una sospensione delle assunzioni
soggettivistiche e oggettivistiche e ritorna, seguendo il
motivo husserliano, alle “cose stesse”, cioè a quel
“mondo anteriore alla conoscenza di cui la conoscenza
parla sempre, e nei confronti del quale ogni
determinazione scientifica è astratta, segnitiva e
dipendente, come la geografia nei confronti del paesaggio
in cui originariamente abbiamo imparato che cos’è una
foresta, un prato o un fiume. Questo movimento è
assolutamente distinto dal ritorno idealistico alla
coscienza, e l’esigenza di una descrizione pura esclude
sia il procedimento dell’analisi riflessiva che quello
della spiegazione scientifica” (M. Merleau-Ponty, Fenomenologia
della percezione, trad. it. 1965, p. 17).
È
lungo questa direttiva che l’indagine genetica
affrontata nella Fenomenologia
della percezione arriva così ad uno
snodo essenziale. Infatti, l’itinerario tracciato dal
filosofo, derivante dall’esigenza di superamento dell’impasse
in cui erano finite le filosofie post-cartesiane, non è
più quello della coscienza-costituente o quello della
coscienza-costituita, ma quello del nostro concreto e
originario “essere-al-mondo”. Da questo punto di vista
la riflessione fenomenologica svela quel sostrato
pretetico anteriore alle idealizzazioni e alle
oggettivazioni del sapere - che è il mondo primordiale,
l’essere grezzo che si sottrae ad ogni forma di
costituzione e che inaugura il terreno della nostra
esperienza. L’abbandono delle polarità classiche del
soggettivismo e dell’oggettivismo, della coscienza e
della cosa ci conduce pertanto alla presenza di quel mondo
fenomenologico-esistenziale che non è esplicitazione di
un “essere” già esistente ma la fondazione
dell’essere. La soggettività non è, come vuole
l’idealismo, un principio primo. Esso rimanda ad una
struttura esistenziale e temporale, anteriore alla
distinzione tra soggettivo e oggettivo. È questo il mondo
che ci viene rivelato secondo Merlau-Ponty dalla struttura
della percezione e, secondo Husserl, dalla descrizione
fenomenologica: un mondo incompiuto e ambiguo che il
discorso logico concepisce invece come compiuto, privo di
apertura al possibile, in sé autonomo, e, di conseguenza,
razionalmente definito. L’esperienza percettiva dei
fenomeni viceversa si colloca e ci colloca in quella terra
pre-oggettiva e non-tetica anteriore alle operazioni
predicative e presupposto di esse, che è il luogo
costitutivo della nostra coesistenza con le cose, là dove
non sono ancora intervenute le distinzioni
dell’intelletto ( soggetto-oggetto, io-altro):
“l’essere al mondo può distinguersi da ogni processo
in terza persona e da ogni modalità della res extensa,
così come da ogni cogitatio e da ogni conoscenza
in prima persona, proprio perché è una veduta
pre-oggettiva e, sempre per questo motivo potrà
realizzare l’unione dello psichico e del fisiologico”
(M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione,
cit. p.128).
La
percezione è, quindi, comunione, coesistenza, relazione
vissuta e ambigua degli elementi soggettivi e oggettivi.
Essa non è né uno stato o una qualità né - tantomeno -
la coscienza di uno stato o di una qualità. Bisogna
dimostrare che il soggetto della percezione non è né un
pensatore che annota una qualità né un ambito inerte che
sarebbe colpito o modificato da essa, bensì una potenza
che “co-nasce” ad un certo contesto di esistenza. Si
capisce, in tal senso, perché il soggetto della
percezione è - per Merleau-Ponty - anonimo. Scrive
infatti il filosofo: ”se volessi tradurre esattamente
l’esperienza percettiva, dovrei dire che si percepisce
in me e non che io percepisco” (M. Merleau-Ponty, Fenomenologia
della percezione, cit. p. 292).
La
percezione è dunque “anonima”, “fungente” e si
installa “nel mondo del
Si”. Questo “Si” percettivo prelude
così a quella presenza inalienabile di me nel mondo e del
mondo in me che è costitutiva dell’essere-al-mondo. Di
qui la valenza ontologica che presto essa acquista nel
discorso merleau-pontyano. “Essere-al-mondo” significa
essere in comunicazione interna con esso prima di
qualsiasi atto riflessivo. Il corpo, nodo vivente di
interiorità ed esteriorità, sopporta e realizza questa
specie di permutazione o scambio delle rispettive
situazioni del soggettivo e dell’oggettivo. Esso è,
insieme, senziente e sentito; è, dunque, rapporto
di sé con sé e vincolo tra me e le cose.
Tutta
la riflessione merleau-pontyana sui concetti di corpo,
mondo, percezione, sulla validità del metodo
fenomenologico quale ambito che ci permette di superare
l’assoluta trasparenza delle filosofie tradizionali e di
cogliere quindi l’ambiguità di un sapere latente e
originario, non è altro che l’approfondimento e la
radicalizzazione della Lebenswelt (mondo-della-vita)
husserliana. Sorge di qui quell’intima necessità per il
filosofo francese di ritornare sempre di nuovo a parlare
di una vita irriflessa e fungente che giace
in modo assolutamente anonimo al di qua di ogni
filosofia riflessiva. Mentre, come abbiamo già detto
precedentemente, il Cogito cartesiano, che presume
di esplicitare in totale trasparenza i rapporti tra io e
mondo, è sempre secondo e dimentica che esso stesso è
sempre situato in un corpo, radicato nell’essere
sensibile, avvolto dalla vita anonima della percezione.
La
percezione diviene così il filo conduttore che apre il
nostro esserci all’alterità, divenendo così,
geneticamente - al di là di ogni riduzione idealistica o
positivistica - il luogo originario entro cui accade il
mondo. L’esigenza di mettere a fuoco il primato del
momento percettivo, inteso come momento unitario del modo
in cui l’uomo sente e vive, permea l’intera
riflessione merleau-pontyana, volta ormai a radicalizzare
- fuori da ogni pensiero metafisico - l’interrogativo
filosofico fino a risalire alla questione originaria
dell’Essere. Tale proposito illumina - a ben vedere -
gli scritti successivi, dall’Elogio della filosofia
all’Occhio e lo spirito e La prosa del mondo, per
culminare infine nell’opera postuma Il visibile e
l’invisibile. In particolare, in quest’ultima
opera, che la critica interpreta concordemente come un
documento della svolta metafisica del pensiero
merleau-pontyano, il filosofo non rinnega le sue
precedenti posizioni, ma le confronta con il problema del
fondamento ontologico. La questione dell’Essere diventa
il nucleo centrale della riflessione filosofica del
pensatore: nessuna adaequatio tra pensiero ed
essere, quindi rifiuto categorico di ogni posizione
intellettualistica. Per Merleau-Ponty l’unica via
percorribile diventa quella del linguaggio simbolico e
allusivo, dove l’incompiutezza della parola è il segno
della irriducibilità dell’essere al pensiero.
L’ontologia che discende da tale prospettiva è dunque
un’ontologia semantica, formata da segni e simboli e il
compito del filosofo si definisce, senza esaurirsi,
nell’esercizio dell’interrogazione. La pretesa della
filosofia di raggiungere la verità è dunque per
Merleau-Ponty al tempo stesso un pregiudizio e un
paradosso. Nell’assoluto risiede la morte stessa della
filosofia. Pensiero di “sorvolo” è quindi ogni
attività conoscitiva che si accontenta di cogliere
la superficie della realtà, attraverso astrazioni
concettuali e categorie logiche, perdendo così il senso
originario del rapporto uomo-mondo. L’essere dell’io e
quello del mondo, di cui la nozione di esser-ne
approfondisce la reciprocità e l’inerenza, vengono
descritti da Merleau-Ponty nei termini del concetto di
“carne”. La “carne” va dunque concepita come una
dimensione propria dell’essere, come un suo
“elemento” metafisicamente originario. La dimensione
“carnale”, espressa da Merleau-Ponty attraverso le
metafore del tessuto, della fodera, della trama, della
stoffa, della pelle, sta a indicare la comune appartenenza
di io e mondo. Infatti, proprio perché partecipi della
medesima carne, il corpo dell’uomo e quello del mondo
non sono due realtà separate, ma intrecciate e
avvolgentesi l’una sull’altra, in “un rapporto
chiasmatico che non è di precedenza e di subordinazione,
ma di reciproca trasgressione e sopravanzamento”.
L’ontologia merleau-pontyana, lungi dall’approdare a
un sistema definitivo, dà vita ad una dialettica aperta a
sempre ulteriori manifestazioni di senso.
Per
giungere alla comprensione della relazione originaria tra
io e mondo, relazione che, per tutto il Novecento, è
stata al centro delle indagini svolte nel campo
dell’antropologia filosofica, della biologia, della
medicina, della fisica e della psicologia - (basti pensare
alle ricerche di Scheler, Straus, Einstein, Köhler,
Koffka) - è necessario quindi - secondo Merleau-Ponty -
entrare in un universo di “promiscuità”, di
“latenza”, di “sostituzioni”, di “inversioni”,
di “scambi tra l’anima e il corpo”, l’io e
l’altro, il presente e il passato, l’immaginario e il
reale. Il “corporeo”, medium costitutivo del
rapporto, traccia una linea interna/esterna, come dire, un
doppio, che si sottrae alla presa obiettivistica e
coscienzialistica. Qui la trasparenza del cogito tocca i
propri limiti e il pensiero sprofonda nella sensibilità
carnale, secondo la riflessione merleau-pontyana. Il
debito con Husserl, l’Husserl delle Idee II,
della Crisi e del manoscritto D 17, appare
evidente nelle parole che per il filosofo francese
costituiscono la svolta radicale impressa alla
fenomenologia: “Io ho tutte le cose di fronte a me, le
cose sono tutte ‘là’ - ad eccezione di una sola,
appunto del corpo proprio che è sempre ‘qui’”.
Corpo
proprio da cui non posso allontanarmi e di cui non posso
variare a piacere le prospettive; corpo che,
nell’esperienza primordiale, “è una cosa costituita
in modo curiosamente incompiuto”(cfr. E. Husserl, Idee
II, trad. it., pp. 551-553). Seguendo il dettato
husserliano (cfr. E. Husserl, par. 32 di Idee II) e
procedendo con l’analisi del singolare fenomeno delle
mani che si toccano, Merleau-Ponty approfondisce
ulteriormente l’indagine sulla corporeità. Nel fenomeno
delle mani che si toccano, il corpo si sdoppia, in quanto
la mano che è toccata ha anch’essa la possibilità di
sentire, e insieme si avvolge chiasmaticamente
nell’imminenza attivo/passiva della reversibilità:
“La mia mano sinistra è sempre sul punto di toccare la
destra intenta a toccare le cose, ma io non giungo mai
alla coincidenza, essa si eclissa nel momento di
realizzarsi, e ci troviamo sempre di fronte a questa
alternativa: o veramente la mia mano destra passa nella
condizione di toccato, ma allora la sua presa sul mondo si
interrompe, - oppure la conserva, ma è allora che io non
la tocco veramente, in se stessa, e con la mia mano
sinistra ne palpo solo l’involucro esteriore” (M.
Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, p. 163).
Nel
movimento di riflessione che è il passaggio
attivo/passivo delle due mani che si toccano resta un
inestinguibile scarto, uno spazio d’assenza,
un’ostinata alterità. Come dire: nel sé del
corpo proprio abita l’altro dal/del corpo.
Ambiguità essenziale della tramatura carnale,
incompiutezza e finitezza del rapporto uomo-mondo. Qui,
Merleau-Ponty segna la distanza da ogni antropologia
filosofica e da ogni fenomenologia trascendentale: è
proprio questo vuoto, questa assenza, questa passività
dell’altro e dall’altro che impedisce ogni
identificazione con il Tutto-Pieno perfettamente integro
e compiuto. La carne, allora, lungi dall’essere il plenum,
la substantia è l’irriflesso entro cui si
flettono uomo e mondo - come dire,
l’articolazione della con/divisione, o meglio, delle
annessioni/espropriazioni del/dal corpo. Linea di
pensiero, questa, quanto mai attuale e che allude altresì
alle questioni tuttora aperte sugli innesti o “intrusioni”
dei corpi dai corpi (vedi per far solo un
esempio il problema mai taciuto relativo agli espianti
d’organi in materia di trapianto) e che penetra nelle
maglie della cultura filosofica del secondo dopoguerra
sino ad arrivare ai più recenti dibattiti. Derrida,
Nancy, Foucault, Lacan, Deleuze, Henry, Lyotard, per
fare solo alcuni nomi. In tutti è presente, infatti,
l’esigenza di fare i conti con “quell’irriflesso
che mette capo a qualcosa d’altro”.
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