
a
cura di
Gianfranco
Mormino
Università
degli Studi di Milano
1.
La vita
Leibniz nasce a Lipsia nel 1646 in una famiglia di fede
luterana. Compiuti
studi universitari di filosofia, matematica e diritto,
respinge la prospettiva di una carriera accademica e viene
accolto nel 1668 alla corte dell’Elettore di Magonza,
che gli affida incarichi giuridici e diplomatici.
Dal 1672 al 1676 risiede prevalentemente a Parigi,
dove perfeziona i propri studi scientifici fino a
pervenire all’invenzione del calcolo infinitesimale; a
Londra e Parigi presenta con successo la propria macchina
calcolatrice. Nel
1676 si reca in Olanda, dove si interessa alle ricerche
microscopiche di Leeuwenhoek e incontra Spinoza.
Dal 1676 è al servizio degli Hannover come
consigliere, storico, ingegnere minerario e direttore
della biblioteca di Wolfenbüttel; continua tuttavia
instancabilmente le proprie ricerche in molteplici
direzioni e compie ulteriori viaggi (tra i quali uno in
Italia, dove rifiuta una profferta di conversione alla
Chiesa di Roma). Per
via epistolare mantiene una fittissima rete di relazioni
con l’intera Repubblica delle lettere e molte corti del
continente, anche al fine di promuovere la riconciliazione
delle confessioni cristiane; a Berlino promuove la
fondazione della Società delle Scienze del nuovo Regno di
Prussia. Negli
ultimi anni la cerchia newtoniana lo accusa di essersi
appropriato delle idee sul calcolo infinitesimale
comunicategli dallo scienziato inglese alla metà degli
anni ’70; né il suo protettore Giorgio di Hannover,
divenuto nel 1714 re d’Inghilterra, né la Royal Society
lo difendono. Muore
nel 1716 a Hannover.
2.
Il pensiero
La riflessione leibniziana mira a promuovere il
perfezionamento morale e materiale del genere umano e a
ricomporre, secondo una concezione attivistica ed
ottimistica della razionalità, le divisioni che lo
affliggono. A
tal fine egli concepisce sin dalla giovinezza il progetto
di una lingua filosofica universale (la caratteristica),
il cui alfabeto esprima tutti i concetti elementari, da
ricavarsi dalle idee umane per via d’analisi; un nuovo
calcolo, del quale egli getta le fondamenta coniugando
logica ed algebra, permetterebbe di combinare secondo
verità i caratteri in proposizioni di complessità
crescente. Il
possesso di questa lingua consentirebbe di vagliare ed
ordinare il sapere già acquisito e di condurre con metodo
alla scoperta di nuove verità, nella prospettiva finale
dell’instaurazione di una scienza generale e
della redazione di un’enciclopedia completa, da
affidarsi all’opera collettiva di accademie
scientifiche, finanziate dai sovrani in vista della pace e
dell’utilità pubblica.
A
garanzia del carattere non puramente nominale ― ma
reale ― di questa scienza Leibniz tiene fermo che,
se l’imposizione dei caratteri è arbitraria, le regole
combinatorie e le idee espresse hanno invece valore
universale. Egli
distingue infatti le idee in quanto pensate dall’uomo (concetti)
dalle idee in sé, che si trovano come possibili
nell’intelletto di Dio, essere necessario senza il quale
nulla sarebbe. Essenza
e grado di perfezione delle idee sono indipendenti
dall’esistenza dei concetti e persino dalla volontà di
Dio, che contempla tali oggetti e i loro nessi (la trama
dell’armonia) senza esserne creatore e senza
avere il potere di modificarli.
Esistono perciò verità assolute (verità di
ragione), che conferiscono uno stabile sostegno
all’edificio del sapere.
L’attività razionale della mente umana non può
sorgere dalla semplice ricettività, come vorrebbero i
filosofi empiristi, ma si fonda piuttosto sulla presenza
innata di disposizioni naturali, appunto le verità
di ragione, che consentono di accogliere e strutturare
secondo necessità i contenuti dell’esperienza.
La
metafisica leibniziana ammette l’esistenza di un numero
infinito di sostanze individuali, le monadi, tutte
capaci di percezione (anche se in misura più o
meno distinta) e di appetizione (ossia della
tendenza verso nuove percezioni); senza di esse, veri e
propri atomi psichici esenti dalle difficoltà concettuali
degli atomi di materia, l’esistenza dei composti sarebbe
inspiegabile. La
materia è intesa come manifestazione della componente
passiva ed indistinta della monade, mentre i corpi
organici non sono che una molteplicità di sostanze di
rango inferiore, subordinate ad una monade dominante che,
nel caso degli esseri razionali, è detta spirito.
Agli spiriti Leibniz attribuisce la facoltà di appercepire
(ossia la coscienza della percezione) e un’immortale
personalità morale.
Le monadi non esercitano alcuna influenza le une
sulle altre e dipendono unicamente da Dio, che vi ha
immesso una legge infallibile di sviluppo.
Le azioni e passioni che esse paiono esercitare nel
mondo, così come le relazioni tra mente e corpo, sono
prestabilite secondo un’armonia così coerente da
consentire la possibilità, pur metafisicamente illusoria,
di intendere il divenire come governato da princìpi
puramente meccanici; al livello dei fenomeni, pertanto, la
filosofia dei moderni si rivela conciliabile con le forme
sostanziali e le cause finali della philosophia
perennis.
Ogni
sostanza individuale possiede un concetto completo,
dal quale, in linea di principio, è possibile dedurre
tutti i suoi predicati e, per la connessione delle cose,
l’intero stato dell’universo; tale teoria, che ben si
concilia con la predeterminazione di tutti gli eventi da
parte di Dio, aggrava però la difficoltà di render conto
della contingenza, che appare necessaria per salvare la
libertà e la responsabilità umana e dunque fondare la
morale e giustificare le pene inflitte ai peccatori.
Nei Saggi di teodicea, scritti in risposta a
Bayle,
la volontà umana è descritta come incapace di
determinarsi senza una ragione sufficiente e libera
sì dalla necessità assoluta (in quanto azioni
differenti da quelle che eseguiamo restano logicamente
possibili), ma non dalla necessità ipotetica:
posto infatti il libero decreto della creazione, che ha
portato all’esistenza quella serie di possibili che
chiamiamo mondo, qualsiasi discostamento dal piano
complessivo risulta non solo inattuabile ma anche (per chi
valuti rettamente la saggezza dell’atto creatore)
indesiderabile.
3.
Bibliografia
Il lettore italiano ha a disposizione un’ampia scelta di
testi tradotti, tra i quali segnaliamo:
-
Scritti
filosofici,
a cura di Massimo Mugnai ed Enrico Pasini, UTET,
Torino 2000, in 3 voll. [contiene gli scritti più
noti e un’attenta selezione dell’epistolario].
-
Scritti
politici e di diritto naturale,
a cura di Vittorio Mathieu, UTET, Torino 19652
[19511].
-
Scritti
di logica, a cura di Francesco Barone, Laterza,
Roma-Bari 19922 [19681], in 2
voll.
-
L’armonia
delle lingue, antologia a cura di Stefano
Gensini, prefazione di Tullio De Mauro, Laterza,
Roma-Bari 1995.
-
Confessio
Philosophi e altri scritti, a cura di Francesco
Piro, Cronopio, Napoli 1992.
Tra
gli studi italiani più recenti si veda:
Articoli
connessi: La
monadologia
di Rossella Fabbrichesi Leo
|