
a
cura di
Bruno
Gravagnuolo
Hans
Georg Gadamer
è morto a 102 anni il grande studioso: allievo di Heidegger,
maestro di Habermas,
padre dell'ermeneutica contemporanea
.
La
fusione di orizzonti di cui parlava non era soltanto un
concetto filosofico ma un modo di guardare ai conflitti
del mondo
. Nella
sua visione filosofica l'essere che può venire compreso
è il linguaggio.
Aveva
"urbanizzato la provincia hedeggeriana", diceva Jurgen
Habermas.
Con notazione acidula che lasciava trasparire la
profonda distanza tra la sua visione linguistica e
neo-kantiana, e quella ermeneutica e post-heideggeriana
del filosofo nato a Marburgo nel 1900, scomparso in quella
Heidelberg
di cui era diventato un nume tutelare.
La battuta ambivalente rivelava però un recupero
parziale della filosofia di Gadamer.
In due sensi. Il primo è legato all'intuizione di
fondo che pervade il Logos del maestro dell'ermeneutica:
la centralità del linguaggio come tutto ciò che possiamo
apprendere dell'Essere.
Vale a dire, secondo la formulazione di Gadamer:
"L'Essere che può venir compreso è il
linguaggio". E
tale motivo non fu estraneo nemmeno alla stessa formazione
di Habermas,
che aveva respirato, da erede di Adorno,
la forte polemica della scuola di Francoforte contro
"l'appartenenza all'Essere", tipica della
filosofia di Heidegger.
L'altro motivo di riabilitazione di Gadamer, da
parte di Habermas,
riguardava invece un aspetto etico-politico più
contingente. Vale
a dire la controversia in Germania contro il carattere
romantico e "proclive" al nazismo della
filosofia heideggeriana (rilievo che vale solo per i primi
anni Trenta). Aver
"urbanizzato" la provincia heideggeriana
significava ascrivere a merito di Gadamer l'aver fatto
uscire l'heideggerismo dalla tradizione tedesca,
liberandolo dal provincialismo di una vulgata incline a
ritenere che la filosofia "pensasse solo in
tedesco".
E
che l'eredità della metafisica occidentale potesse
inverarsi soltanto nella temperie della Kultur germanica.
Eppure tutto ciò non valse negli ultimi tempi a
salvare Gadamer dall'accusa di nazismo.
A motivo di un certo lessico heideggeriano
giovanile, intriso di tracce semantiche dello Heidegger
del celebre discorso filonazista del 1933:
"Decisione, vigilanza, servizio".
Tracce presenti in uno scritto su Platone del 1934.
E in certe tirate anti-Illuministiche risalenti al
1941, nella Parigi occupata, dove Gadamer era stato
inviato a tenere una conferenza sulla cultura tedesca in
Europa. Quelle
accuse, provenienti dagli Usa e riprese in uno scritto
recente di Micromega, erano ingiuste ed esagerate. Infatti
tutto quel che si può imputare retrospettivamente a
Gadamer è solo una veniale servitù conformista e
accademica allo spirito del tempo, che esaltava in
Germania la superiorità della Bildung tedesca sul filo di
una collaudata tradizione romantica ostile alla
"ragione illuminista" e al "freddo
cosmopolitismo".
E tanto varrebbe allora criminalizzare l'intera
epoca di Goethe,
di Herder,
di Hegel,
Schleiermacher,
su su fino al Mann delle Considerazioni di un impolitico.
In realtà Gadamer si libera ben presto della
retorica germanica, sin da quando a Lipsia durante i
tremendi bombardamenti di quella città si aggrappa alle
Elegie duinesi di Rilke, che come dirà rappresentarono
mentalmente un modo di resistere alla storia, al nazismo,
alla guerra, e in fondo anche un modo di pensare a un
mondo diverso".
Di più. Gadamer
subisce in quegli anni l'influsso dello Jaspers
avversario del nazismo, al quale succederà in cattedra
nel 1947. E
qual era questo modo di pensare a un mondo diverso?
Diverso sia rispetto alla ferinità della chiusura
xenofoba nazista, che a quella totalizzante della Tecnica
come onnipotenza che occulta e strania l'Essere?
Era una versione indebolita dell'ontologia
fenomenologica di Heidegger
di cui Gadamer fu allievo a partire dal 1923, anno in cui
da Marburgo arriva a Friburgo.
A quel tempo Heidegger
non aveva ancora pubblicato Essere e tempo, ma era già un
mito. Come
pure un mito era l'altro grande a Friburgo: Husserl.
A Friburgo Gadamer si libera dalla sua anteriore
formazione neo-kantiana, coltivata all'ombra di Paul
Natorp e di Ernst
Cassirer.
Il rovesciamento di prospettive è netto.
Gadamer passa da una visione categoriale e
trascendentale del sapere storico e artistico a una
"svolta linguistica" che lo induce a scorgere
nella metafisica e nella teoria della conoscenza un
cristallo di esperienza storica rappreso nel linguaggio.
Qui funziona in Gadamer anche un certo Hegel.
Lo Hegel
che svela la conoscenza come teoria dell'esperienza della
coscienza. Ovvero
la verità non come forma astratta esterna all'oggetto,
bensì come insieme delle possibilità che l'uomo ha di
farne
esperienza
vissuta e intersoggettiva.
E qui si rivela anche una prima differenza rispetto
all'ermeneutica di Heidegger.
Mentre il lavoro del linguaggio in Heidegger si
piega a liberare una qualche rivelatività dell'Essere -
latente come Evento che si mostra nel destino delle epoche
- in Gadamer già tutto il linguaggio è Essere.
E già tutto a linguaggio è il senso dell'Ente.
Tessuto perenne con-vissuto che si crea e si disfa
nella storia del pensiero e dell'umanità.
Cruciale, fin da subito, in Gadamer è la funzione
assunta dall'arte, banco di prova ontologico della
creatività interpretante.
Il processo estetico è mitopoietico e in esso
l'uomo viene coinvolto non quale mero spettatore, ma come
attore. Attore
di interpretazioni, la cui trama sociale è il gioco
stesso dell'arte. Il nucleo della futura ermeneutica è
qui.
Ermeneuein
significa in greco interpretare, tradire, commutare.
Come nel simbolismo di Ermes - dio dei traffici
delle mediazioni - è prassi che ha a fare con la memoria
interpretante. E che modifica di continuo il gioco in cui
consiste il significato di opere, testi, oggetti
simbolici. Interpretare
un testo o rivivere il senso di un'opera, in Gadamer è
attività edificante che modifica l'oggetto e il soggetto,
liberando le possibili tradizioni tramandate nei reperti.
E creando altri sensi eventuali, percezioni altre,
destinate a divenire nuovi significati.
Sta qui la verità di Verità e metodo, opera del
1960 divenuta la Bibbia dell'Ermeneutica.
Saggio sull'infinito interpretare, ispirato dalle
meditazioni di Schleiemacher.
Perciò,
circolo ermeneutico, dove la circolarità
dell'interpretare cattura l'interprete e l'interpretato,
modificandoli assieme.
E poi ancora fusione di orizzonti, che è
nient'altro che l'espansione del circolo a tutta la gamma
delle interazioni possibili tra i parlanti.
Fusione fra le tradizioni e i mondi storici, lungo
l'asse cronologico e filologico.
E fusione orizzontale, lungo il colloquio senza
fine tra le culture e tra gli individui.
Un colloquio in cui il linguaggio non è mezzo, o
strumento esterno alla materia del contendere.
Ma è la materia stessa del contendere.
Dimensione costitutiva dell'uomo come apertura
all'essere che coincide con la sua insuperabile
linguisticità. Di
qui in Gadamer la visione ironica e non logico-veritativa
della filosofia platonica, un gioco dentro il linguaggio.
Modello di uno scambio che genera spostamenti di
prospettive e di senso, nel dipanarsi
dell'essere-linguaggio.
E secondo un attitudine di ascolto e perciò di
interpretazione non agonistica o sofistica.
In questo metodo del conoscere - che equivaleva
alla saggezza intellettuale e pratica aristotelica -
Gadamer confidava integralmente.
Sino ad applicarlo all'analisi dei problemi del suo
tempo. Dinanzi
al disordine mondiale e alle catastrofi del Novecento
raccomandava una forma di realismo non illuminista:
l'equilibrio di forze politiche, invece della repubblica
kantiana cosmopolita.
Ma insieme il filosofo prescriveva anche la ricerca
ostinata del dialogo.
Quella fusione di orizzonti che ravvisava nella
linguisticità l'unica possibilità di intesa, conoscenza
e tolleranza. Una
ricetta debole? Troppo
in bilico tra relativismo e universalismo umanistico?
Forse, ma ci ha insegnato qualcosa di importante-
"Solo chi ha linguaggio ha mondo".
E cioè cambiare il mondo - senza viverlo
emotivamente e interpretarlo con gli altri - è
impossibile. |