
a
cura di
Andrea
Gilardoni
Nato
a Nola, Campania, nel 1548, battezzato con il nome di
Filippo, figlio di Giovanni Bruno e di Fraulissa Savolino,
dopo l’infanzia si trasferisce a Napoli (1562) per
continuare i suoi studi. Qui entra in contatto con la
tematica dell’arte della memoria, prima chiave di
lettura del suo pensiero.
Nel
1565 è novizio dell’ordine domenicano e assume il nome
di Giordano. Entra in convento piuttosto tardi, quando è
già orientato in senso antitrinitario e ariano (nel 1592,
durante il processo veneziano, parlerà dei suoi “dubbi
circa il nome di persona del Figliuolo e dello spirito
santo”, dubbi che aveva sin dall’età di diciotto
anni) attraverso le letture di Agostino ed Erasmo da
Rotterdam.
Da
quest’ultimo Bruno riprende i motivi del Sileno e del
rovesciamento degli ordini del mondo. Mentre però Erasmo
vede l’uscita dalla crisi nel ritorno all’autentica
predicazione evangelica, secondo Bruno occorre spezzare e
dissolvere il mondo della religione “asinina” e
“pedantesca” che lacera la comunicazione.
È
proprio negli anni del convento che questi temi iniziano a
svilupparsi, per poi approfondirsi in un processo di
dissoluzione del cristianesimo nella sua integralità.
Diventa sacerdote nel 1572, venendo ammesso a seguire il
corso di teologia sacra. Nel 1575 si laurea in teologia.
Gli
viene intentato un processo per eresia, per sottrarsi al
quale fugge (febbraio 1576) dal convento napoletano
recandosi a Roma, ove abbandona l’abito dell’ordine e
lascia la città per sfuggire all’accusa di aver gettato
nel Tevere un confratello. Peregrino, si sposta in
numerose città dell’Italia settentrionale (1576-78).
Nel
maggio 1579, a Ginevra, aderisce alla religione
calvinista. Processato e condannato in seguito alle
critiche indirizzate a un professore (intoccabile in
quanto magistrato), e costretto a ritrattare, abiura il
calvinismo. Il motivo del processo è da ricercarsi anche
nell’accusa, rivolta ai ministri di Calvino, di non
saper vivere nella fede di Cristo. Bruni li aveva chiamati
pedagoghi, riprendendo le battute di Paolo nell’Epistola
ai Galati. Fuggito dall’intolleranza cattolica
scopre così l’intolleranza riformata.
A
Tolosa nel 1579, vi soggiorna due anni, tenendo dei corsi
sul De anima di Aristotele. Si trasferisce quindi a
Parigi nel 1581, alla corte di Enrico III, ove riceve
riconoscimenti per le sue cognizioni mnemotecniche e
lulliane e pubblica testi come il De
Umbris idearum,
il Cantus Circeus, il Candelaio.
Due
anni dopo si reca, con una lettera di presentazione di
Enrico III, in Inghilterra, dove rimane sino all’ottobre
1585. Nel 1584 vi pubblica la Cena delle ceneri.
Nello stesso periodo pubblica De l’infinito universo
et mondi, De la causa, principio et uno, lo Spaccio de la
bestia trionfante, la Cabala del cavallo Pegaseo. Nel
1585 pubblica gli Eroici furori.
Durante il soggiorno londinese si pone in difesa
dell’eliocentrismo. La difesa intransigente del
copernicanesimo e la dottrina cusaniana dell’infinità
del mondo si legano inscindibilmente alla polemica
antiluterana e anticalvinista.
Rientra
a Parigi nell’ottobre 1585. Nel 1586 pubblica i Dialogi
duo de Fabrici Mordentis Salernitani prope divina
adinventione ad perfectam cosmimetriae praxim (seguiti
da un appendice dal titolo Insomnium) nei quali
espone l’invenzione del compasso differenziale ad opera
del geometra Fabrizio Mordente. I dialoghi sono però
l’occasione di un dissidio, in quanto Bruno fa capire
come il senso speculativo della scoperta del compasso
differenziale sfugga al suo stesso autore.
In
seguito pubblica l’Idiota triumphans e il De
somnii interpretatione, come una sorta di resa dei
conti anche dal punto di vista geometrico. Pubblica poi la
Figuratio aristotelici Phisici auditus (nella quale
espone gli otto libri della Fisica con immagini
mnemoniche di carattere mitico) e si pone in aperto
contrasto con la filosofia aristotelica nei Centum et
viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos,
stampato sotto il nome del suo discepolo J. Hennequin
(ripreso in più opere successive). Ma il clima politico,
mutato, ha indebolito la sua posizione a corte: in seguito
alla disputa pubblica sul testo scopre di essere rimasto
senza appoggi politici.
Si
muove dunque tra diverse città tedesche, componendo (e
pubblicando a Francoforte) i tre grandi poemi latini di
modello lucreziano, De triplici minimo et mensura, De
monade, numero et figura, De innumerabilibus, immenso et
infigurabili. Dapprima a Magonza e Wiesbaden, poi a
Marburgo, dove viene immatricolato come theologiae
doctor romanensis, infine a Wittenberg, dove trascorre
il periodo più sereno del suo soggiorno tedesco. Viene
accolto nel corpo universitario. Vi resta fino al 1588
tenendo lezioni sull’Organon aristotelico.
Di
questo periodo è la trilogia: De lampade combinatoria
lulliana, De progressu et lampade venatoria logicorum,
Lampas triginta statuarum. Tiene anche un corso sulla
pseudoaristotelica Retorica ad Alessandro, scrive
il frammento Animadversiones circa lampadem lullianam,
ripubblica, con il titolo Acrotismus camoeracensis,
i Centum et viginti articuli.
Da
Wittenberg parte in seguito al prevalere della fazione
calvinista su quella luterana nel 1588, pronunciando la
famosa Oratio valedictoria, nella quale esprime la
sua profonda gratitudine.
Un
gruppo di opere rimasto inedito sino al 1891 comprendeva De
magia, Theses de magia, De magia mathematica, De rerum
principiis et elementis et causis, Medicina lulliana, De
vinculis in genere. Si tratta delle opere che hanno
reso Bruno una sorta di mago ermetico, agli occhi per
esempio di F.Yates. In realtà, però, in queste opere
emerge, sotto il nome di magia, il tema della praxis,
chiave (mnemonico-operativa) della nova filosofia.
Nell’agosto
1591 si trasferisce nella repubblica di Venezia, invitato
dal nobile veneziano Giovanni Mocenigo, il quale gli
chiede lezioni sull’arte della memoria. I rapporti con
Mocenigo si rovinano bruscamente e Bruno viene arrestato
dall’inquisizione in seguito alla denuncia per eresia da
parte del suo “studente”. Mentre sembra che il
processo volga a suo favore, giunge l’ordine di farlo
comparire davanti al Sant’Uffizio di Roma (1593).
Dopo
lunghi processi, interrogatori, tentativi di
“dissimulazione” (transfuga quadam artis
dissimulatione) e di reinterpretazione delle proprie
opere, probabilmente proprio perché ne emerge una che era
stata taciuta, lo Spaccio della bestia trionfante,
Bruno non abiura ed è dichiarato eretico “formale,
impenitente, pertinace” e condannato a bruciare sul
rogo. I suoi libri vengono posti all’indice e bruciati.
Il 17 Febbraio 1600, imbavagliato perché non possa
parlare, spogliato, legato a un palo e bruciato vivo in
Campo dei fiori a Roma, si trasforma in martire del libero
pensiero.
Profilo
concettuale
Al
centro del cammino concettuale di Bruno si trova, nelle
sue metamorfosi, il motivo dell’ombra.
È un concetto religioso, politico, ontologico,
cosmologico, gnoseologico. Gli uomini sono ombre, che
conoscono solo ombre attraverso un‘arte della memoria
(l’antro platonico mostra solo ombre, perché la
sapienza umana è solo umbratile), e non possono guardare
in faccia la sostanza divina.
Le ombre connettono tutti i piani della realtà
secondo una trama di intrecci acquisibile tramite un
sapere magico. Una crisi della memoria ha comportato una
scissione, nella natura, tra essere e apparire. La magia
rammemorante (l’arte della memoria) è al
centro di un rinnovamento religioso e politico che
riguarda profondamente l’ontologia. Il rinnovamento deve
essere in grado di ristabilire il nesso, sconvolto dalla
vicissitudine universale, propriamente un alternarsi di
luce e tenebre di ignoranza e sapienza.
Contro l’ipotesi geocentrica, affermando la verità
dell’eliocentrismo, si sviluppa la cosmologia.
Bruno è il messaggero di un nuovo cosmo, un Mercurio
inviato dagli dei incaricato di compiere la rivoluzione di
cui Copernico era l’aurora. Le premesse filosofiche del
geocentrismo sono i capisaldi della fisica aristotelica,
che Bruno mette in questione allo scopo di confutare gli
argomenti tradizionali contro il movimento della terra,
pervenendo per questa via a principi quali quello di
relatività dei movimenti e di inerzia. Non viene così
sostituito il sole alla terra nel centro dell’universo,
bensì è la concezione stessa di centro dell’universo
ad esplodere.
Si
tratta di un universo infinito, senza argini, senza le “muraglia”
(le sfere cristalline e solide, ostacolo astronomico e
gnoseologico) dell’universo aristotelico-tolemaico. Il
cosmo aristotelico, finito e gerarchico, suddiviso in una
regione celeste incorruttibile e in una terrestre, ove si
svolgono processi di generazione e corruzione, lascia il
posto a un universo senza distinzioni gerarchiche, esteso
infinitamente, senza centro. Il centro è dappertutto,
ogni frammento del cosmo è l’intero infinito.
L’universo
è infinito in quanto effetto di una causa infinita. La
negazione dell’infinità dell’universo porterebbe alla
negazione dell’infinita potenza divina, ossia della
causa infinita, ammettendo un suo limite.
Dio
(la causa prima), essendo nell’universo, è anche dentro
di noi. La conoscenza dell’universo e di noi stessi, è perciò
conoscenza di Dio. Del resto non è possibile per
l’uomo, ombra, conoscere altro che ombre, quindi la
conoscenza si limiterà alla causa seconda, l’universo,
e non giungerà a Dio.
L’analisi
della causa seconda, dell’universo, tocca, affrontando
ancora un concetto aristotelico per rovesciarlo, quello
della distinzione atto-potenza, il centro dell’ontologia
bruniana: la concezione della materia infinita, materia
che non è un mero recettore amorfo della forma in atto,
bensì potenza infinita, potenza che è una continua
generazione di forme. La materia coincide così con la
forma, come la potenza con l’atto, l’essere con il
poter-essere, come operare: in ogni sua
manifestazione, anche la più infinitesima (il minimo o la
minuzzaria).
Una tale concezione è al contempo una liberazione, religiosa
e politica, dalla rassegnazione, dalla passività
auditiva della santa asinità, che rappresenta il
cristianesimo, la religione dell’ascolto: essa significa
un nuovo rapporto con Dio, un rapporto per cui valgono
nuove virtù, e che si configura per Bruno come un
ritorno, nel ciclo del divenire, delle vicissitudini, alla
primitiva religione degli Egizi, a Ermete Trismegisto.
Bruno elogia allora l’homo faber, che affianca Dio (in
modo diverso rispetto al furioso) nella sua opera di
trasformazione e vivificazione della natura, operando e
contemplando, non separando l’essere dal poter essere,
il potere dall’operare.
Questa valutazione dell’operare è il concreto
rovesciamento della religione della riforma, senza però
essere un ritorno al cristianesimo primitivo.
L’intelletto, l’occhio e la mano sono gli attributi
umani che servono alla riforma religiosa, sostituendo
quella di Lutero e Paolo. La riforma religiosa deve ora
coinvolgere gli affetti, esercitarsi attraverso la capacità,
magica, di vincolare.
Il mago deve saper vincolare, legare, gli affetti umani.
Ma non solo: il mago è il vero sapiente, che, indagando
tra le ombre, scopre i vincoli, i legami delle cose, i minimi
(reinterpretazione pluriprospettica dell’atomismo). La
nuova religione, è in termini letterali, un vincolo, una religio,
in quanto lega operativamente gli uomini e sa
come legare, perché contempla i legami nel cosmo. Il
mago, il sapiente che sa operare, è colui che possiede
l’arte della memoria, cioè la capacità di creare e
rintracciare legami, vincoli.
Questa concezione è il contrario del cristianesimo,
dottrina della scissione: di atto e potenza, di Dio e
cosmo, di sapere e operare. L’asinità cristiana è la
negazione di questa comunicazione infinita, la negazione
della prassi magica, della scienza operativa e della
memoria.
Se
consideriamo una prospettiva gnoseologica, si hanno
due modi di conoscere. Il primo è quello del sapiente,
cosciente della vicissitudine universale come eterno
avvicendarsi dei contrari. Non riconosce loro valore
mantenendosi per così dire in equilibrio tra gli opposti.
Il furioso, al contrario, è squilibrato, non virtuoso ma
vizioso, si appassiona agli estremi, ad entrambi, e
forza i limiti. Il furioso è eroico, cioè è amante che
si fa la cosa amata. Sino alla propria disgregazione,
dissezione, o disquarto. In un estremo, in un
minimo, in un ombra, è capace di cogliere il tutto. In
lui è la verità del mago, poiché l’amore è il
vincolo più grande, senza il quale nessuno può essere
legato, senza il quale non c’è una nuova religione, né
una nuova cosmologia, ma solo la scissione. Se la sapienza
dei contrari non basta, la furia è la via magica
d’accesso alla materia infinita, alla coincidenza di
atto e potenza: come esplosione di tutte le passioni, come
eccesso, disquarto di sé, doppio vizio che si concede a
ogni singolo frammento di cosmo (a ogni minuzzaria). È la
volontà, la passione, che trascina con sé
l’intelletto, trasformandosi nel tutto che ama e a cui dà
la caccia, cogliendo l’uno e il molteplice nei minimi
legami umbratili, nelle quali la natura divina si comunica
infinitamente.
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