Theodor Adorno

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a cura di
Stefano Marino

Theodor Wiesengrund Adorno, esponente di spicco della prima, grande stagione della Scuola di Francoforte, nacque a Francoforte sul Meno nel 1903. Dopo aver compiuto accurati studi filosofici e musicali, sul finire degli anni '20 si avvicinò all’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte, a quell’epoca frequentato da altri giovani intellettuali di talento quali Max Horkheimer, Walter Benjamin, Herbert Marcuse. Adorno contribuì con alcuni saggi di sociologia musicale alla “Zeitschrift für Sozialforschung” (la rivista ufficiale dell’Istituto) e nel 1933 pubblicò il suo primo libro, intitolato Kierkegaard: la costruzione dell’estetico. Con l’avvento del nazismo, numerosi collaboratori dell’Istituto furono costretti all’esilio, trasferendosi dapprima a Ginevra e in seguito a New York. Dopo un breve periodo trascorso in Inghilterra, nel 1939 anche Adorno accettò di emigrare negli Stati Uniti, dove elaborò alcune delle sue opere più significative. Tornato in patria nel 1949, Adorno (insieme all’inseparabile amico e collega Horkheimer) si impegnò nella ricostruzione dell’Istituto e, nel corso degli anni ‘50 e ‘60, nella pubblicazione di un ampio numero di studi filosofici e musicali che gli valsero una vasta fama in Germania e all’estero. Morì improvvisamente, a causa di un infarto, nel 1969, lasciando incompiuta la sua ultima grande opera (Teoria estetica, pubblicata postuma pochi anni dopo).

Adorno fu uno studioso poliedrico e versatile, impegnato su più fronti (filosofia, sociologia, psicologia, letteratura e musica) e sempre convinto della necessità di integrare diversi approcci per accedere ad una comprensione più vasta e profonda dei fenomeni. Si può senza dubbio affermare che le principali coordinate teoriche di tutta la sua produzione filosofica siano contenute nell’opera scritta a quattro mani con Horkheimer, destinata a diventare uno dei classici della filosofia del Novecento: la Dialettica dell’illuminismo (1947). Qui, nell’ambito di un tentativo di autocritica della razionalità, i francofortesi sostengono la tesi secondo cui tanto la razionalità mitica, quanto quella filosofica-scientifica, si caratterizzano come strumenti finalizzati al dominio umano sulla natura. Attraverso una complessa ricostruzione dell’intero processo di “rischiaramento” caratteristico della società occidentale, i due autori mostrano però come tale inarrestabile tendenza a ridurre la realtà ad un insieme di enti misurabili e utilizzabili si sia ben presto trasferita sugli stessi soggetti umani, i quali si trovano dunque omologati e  “dominati” al pari degli oggetti del mondo naturale – come dimostrato dall’esperienza dei totalitarismi e dalle moderne società di massa. Per quanto dunque la razionalità abbia cercato di emancipare l’uomo dal pensiero mitico, questi rimane sempre avvinto nel suo viluppo, ricadendo fatalmente nell’orrore della barbarie proprio in coincidenza del massimo dispiegamento della razionalità “illuminata” (“il mito è già illuminismo, e l’illuminismo torna a rovesciarsi in mitologia” dichiarano programmaticamente i due autori). Tale schema di pensiero rimane alla base di tutti i successivi lavori di Adorno, come dimostrato da due delle sue opere più significative, Minima moralia (1951) e Dialettica negativa (1966). Nel primo caso, si tratta di una raccolta di 153 aforismi – caratterizzata da uno stile certamente memore degli aforismi nietzscheani, costantemente in equilibrio tra forma letteraria e contenuti filosofici – nella quale Adorno fornisce sottili analisi della reificazione dell’esistenza tipica del “mondo amministrato” (suggestiva espressione con la quale il filosofo tedesco indica il tipo di società tipico dell’Occidente industrializzato, nel quale ogni aspetto dell’esistenza individuale è soggetto a pianificazione e controllo). Il tono sarcastico dell’autore, tuttavia, cede spesso il posto ad un misto di amarezza e rassegnazione, nel momento in cui constata l’incapacità degli individui a rendersi conto e liberarsi dei condizionamenti ideologici cui sono costantemente esposti. Un’analoga sfiducia, inoltre, viene manifestata anche nei confronti dell’Unione Sovietica e dei paesi retti da regimi comunisti, luoghi nei quali scorge la presenza di un modello sociale non meno ideologico e alienante – sfiducia che, peraltro, alienò ad Adorno le simpatie di gran parte dei pensatori marxisti. Nel caso della Dialettica negativa, invece, ci si trova di fronte allo scritto teoreticamente più impegnativo del pensatore di Francoforte, il quale prosegue qui la sua opera di smascheramento del nesso ragione / dominio (nesso svelato per la prima volta nella Dialettica dell’illuminismo, come si è visto) e, dunque, la sua critica della razionalità strumentale. Al tempo stesso, Adorno cerca di delineare una via d’uscita da tale situazione, sviluppando un intenso confronto critico con la dialettica hegeliana – una dialettica fondata sulla garanzia della riconciliazione finale e, dunque, sul primato dell’identità sulla non-identità, del positivo sul negativo – e fornendo l’originale elaborazione di un pensiero dialettico non-conciliativo né sistematico, aperto all’alterità e costitutivamente “negativo”. La serrata argomentazione teoretica della Dialettica negativa è preceduta da una breve opera, Il gergo dell’autenticità (1964), nella quale Adorno prende apertamente le distanze dall’ontologia di Martin Heidegger, argomentando che la ricerca heideggeriana di una “autenticità” sottratta alla reificazione sociale, in definitiva, trascura le disastrose condizioni esistenziali in cui versa l’uomo nell’età contemporanea, finendo così col perpetuare l’inganno ai danni delle vittime delle società di massa. Le dure critiche nei confronti del “gergo” heideggeriano, peraltro, fanno seguito ad un importante saggio critico dedicato alla fenomenologia husserliana (la Metacritica della gnoseologia, edita nel 1956) ed alla polemica sulla validità del metodo scientifico che aveva contrapposto per alcuni anni Adorno, Karl Popper ed i loro rispettivi allievi. Allo sforzo teorico per l’elaborazione di un pensiero autonomo, Adorno accompagna sempre, quindi, una non meno importante pars destruens, consistente nell’attitudine a smascherare gli errori e le “falsità” ravvisabili nelle prospettive teoriche di altri pensatori.

Come “lunghe appendici alla Dialettica dell'Illuminismo” vanno letti anche i numerosi scritti di estetica di Adorno, in primo luogo la Filosofia della musica moderna (1949). In quest’opera viene sviluppava “un’analisi filosoficamente intesa della musica moderna”, incentrata sul dualismo tra i compositori Arnold Schönberg e Igor Stravinskij – rappresentanti, rispettivamente, del progresso e della restaurazione in ambito musicale. Le minuziose analisi tecnico-musicali di Adorno, inserite nel contesto della sua spietata disamina del “società ad organizzazione totale” (espressione che Adorno alternava spesso a “mondo amministrato”), cercano di mostrare come la neue Musik di Schönberg (spesso straniante e violentemente dissonante) rappresenti un’autentica protesta nei confronti dell’esistente, mentre il neoclassicismo stravinskijano ne esprime un’acritica accettazione. Alla Philosophie der neuen Musik, Adorno fa seguire numerosi saggi e monografie dedicati ai problemi della musica moderna e ai suoi principali protagonisti, tra i quali è doveroso ricordare Wagner (1952), Dissonanze: la musica nel mondo amministrato (1956), Mahler: una fisionomia musicale (1960), Introduzione alla sociologia della musica (1962), Il fido maestro sostituto (1963), Berg: il maestro del minimo passaggio (1968), Beethoven: filosofia nella musica (1993, pubblicato postumo). La medesima concezione e metodologia – fondata sull’assunto secondo cui le opere d’arte vanno “decifrate” in relazione al loro contesto sociale d’appartenenza, in modo da sviscerarne il potenziale critico ed eversivo – è presente anche nell’ultimo capolavoro adorniano, l’incompiuta Teoria estetica. In quest’opera, il filosofo tedesco rivendica all’arte un’autentica valenza conoscitiva, un “contenuto di verità” (Wahrheitsgehalt) rinvenibile nella sua capacità di sfuggire ai meccanismi del “mondo amministrato” e di denunciarne la spietata inumanità. Di qui, dunque, la simpatia mostrata da Adorno per tutti quei movimenti d’avanguardia capaci di resistere ai tentativi di strumentalizzazione operati dall’industria culturale e, con i loro linguaggi enigmatici o incomprensibili, capaci di dar voce all’inesprimibile verità sulla condizione dell’uomo moderno, vittima dell’ideologia. Sotto questo punto di vista, l’arte si configura come l’ultimo vero baluardo dell’utopia (il che, tra l’altro, sembra conferirle una sorta di primato sulla stessa filosofia): un’utopia, però, irrimediabilmente negativa, in quanto intimamente solcata dalle contraddizioni presenti nella società di massa.

 

Bibliografia

Opere principali di Th. W. Adorno in italiano

  • Adorno Th. W., Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, Torino, Einaudi, 1954.

  • Adorno Th. W., Dissonanze. La musica nel mondo amministrato, Milano, Feltrinelli, 1959.

  • Adorno Th. W., Filosofia della musica moderna, Torino, Einaudi, 1959.

  • Adorno Th. W., Kierkegaard. La costruzione dell’estetico, Milano, Longanesi, 1962.

  • Adorno Th. W. – Horkheimer M., Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1966.

  • Adorno Th. W., Wagner. Mahler. Due studi, Torino, Einaudi, 1966.

  • Adorno Th. W., Il fido maestro sostituto. Studi sulla comunicazione della musica, Torino, Einaudi, 1969.

  • Adorno Th. W., Dialettica negativa, Torino, Einaudi, 1970.

  • Adorno Th. W., Introduzione alla sociologia della musica. Dodici lezioni teoriche, Torino, Einaudi, 1971.

  • Adorno Th. W., Tre studi su Hegel, Bologna, Il Mulino, 1971.

  • Adorno Th. W., Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Torino, Einaudi, 1972.

  • Adorno Th. W., Impromptus. Saggi musicali 1922-1968, Milano, Feltrinelli, 1973.

  • Adorno Th. W., Parole chiave. Modelli critici, Milano, Sugarco, 1974.

  • Adorno Th. W. – Eisler H., La musica per film, Roma, Newton Compton, 1975.

  • Adorno Th. W., Teoria estetica, Torino, Einaudi, 1975.

  • Adorno Th. W., Parva Aesthetica, Milano, Feltrinelli, 1979.

  • Adorno Th. W., Alban Berg. Il maestro del minimo passaggio, Milano, Feltrinelli, 1982.

  • Adorno Th. W., Il gergo dell’autenticità, Pisa, Opera Universitaria, 1982.

  • Adorno Th. W., Beethoven. Filosofia della musica, Torino, Einaudi, 2001.

Opere principali su Th. W. Adorno in italiano

  • Angelini A. (a cura di), Adorno in Italia, Siracusa, Ediprint, 1987.

  • Arbo A., Dialettica della musica. Saggio su Adorno, Milano, Guerini, 1991.

  • Galeazzi U., La scuola di Francoforte, Roma, Città Nuova, 1975.

  • Galeazzi U., L’estetica di Adorno. Arte e linguaggio e società repressiva, Roma, Città Nuova, 1979.

  • Jay M., Theodor W. Adorno, Bologna, Il Mulino, 1987.

  • Jimenez M., Adorno. Arte, ideologia e teoria dell’arte, Bologna, Cappelli, 1979.

  • Moravia S., Adorno e la teoria critica della società, Firenze, La Nuova Italia, 1974.

  • Nebuloni R., Dialettica e storia in Th. W. Adorno, Milano, Vita e pensiero, 1978.

  • Pasqualotto G. G., Teoria come utopia. Studi sulla scuola di Francoforte, Verona, Bertani, 1974.

  • Perlini T., Che cosa ha veramente detto Adorno, Roma, Ubaldini, 1971.

  • Pettazzi C., Th. W. Adorno. Linee di origine e sviluppo del pensiero (1903 – 1949), Firenze, La Nuova Italia, 1979.

  • Protti M., Homo theoreticus. Saggio su Adorno, Milano, Franco Angeli, 1978.

  • Rutigliano R., Teoria e/o critica. Saggio sul marxismo di Adorno, Bari, Dedalo, 1977.

  • Serravezza A., Musica, filosofia e società in Th. W. Adorno, Bari, Dedalo, 1976.

  • Vacatello M., Th. W. Adorno: il rinvio della prassi, Firenze, La Nuova Italia, 1972.

 

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