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a cura di Paolo Quintili - quintili@uniroma2.it
Ultimo aggiornamento: 20 novembre 1999




La non-rivoluzione italiana. 1796-1799

di Paolo Quintili


Il nodo storico del "giacobinismo", alle origini dello stato moderno e dell'Italia contemporanea.
Il periodo giacobino ha svolto un ruolo importante nell'azione e nell'immaginario dei democratici radicali italiani.


Al vecchio canto dei Lazzaroni di Napoli che Croce ricorda nel saggio La Rivoluzione napoletana del 1799 : "A lu suonu de li violini/Sempre a morte a' Giacobbini…" , fa eco il verso del "plebeo" Belli alla vigilia del '48, La morte co' la coda: "Cqua nun ze n'essce: o ssemo ggiacubbini,/ O ccredemo a la lègge der Ziggnore...". Da un sommario riesame delle formulazioni proposte al convegno all'Università di Roma "La Sapienza" (20-23 ottobre) su "Universalismo e nazionalità nell'esperienza del giacobinismo italiano", emerge la cifra costante della scissione tra i "due popoli" che caratterizza tanta parte della cultura politica progressista italiana: da una parte, le élites rivoluzionarie, "illuminate" ma isolate, dall'altra un popolo lontano, estraneo agli entusiasmi, alle motivazioni del rivolgimento politico importato d'oltralpe. Un popolo, dunque, pericoloso alleato delle classi conservatrici. L'argomento del convegno sul triennio repubblicano 1796-1799 fa pendant all'incontro di Napoli (28-30 ottobre), presso l'Istituto italiano per gli studi filosofici: "Il giacobinismo europeo e la fondazione dello stato moderno" dove la questione è affrontata da un'angolatura filosofico-giuridica.
Non che a Roma non si siano poste questioni "filosofiche" e non si sia pensato a quanto il termine "giacobino" subisce, nel linguaggio politico corrente. È un destino analogo a quello del termine "libertino" in ambito filosofico-morale: è il discorso dell'altro, sono gli avversari del movimento che affibbiano ai nemici un'etichetta infamante ancor oggi carica di passioni, faziosità, oggetto di polemiche non troppo lontane nella storia italiana. Coloro che vissero quell'esperienza rivoluzionaria, abortita sul nascere, amarono definirsi per lo più "patrioti" o italiani "repubblicani" tout court.
Il triennio delle "Repubbliche sorelle" volute da Bonaparte e da altri generali - Cisalpina, Cispadana, Napoletana, Romana - legate alle alterne vicende dell'esercito francese in Italia, è dunque passato alla storia come il "triennio giacobino" non senza una forzatura di senso, in parte legittima, che ha spinto provocatoriamente M. Verga nel suo intervento ad auspicare che se ne possa (e se ne debba) anche fare a meno. Abbandoniamo la dizione "giacobinismo", pensiamo ad altre categorie storiografiche se non altro per non dar adito agli eterni avversari di tutto ciò che è in odore di "rivoluzionario" di parlare di questo convegno come dell'ennesima testimonianza della "crisi della sinistra", e magari dar materia ad un prossimo libro di E. Galli della Loggia. L'attuale stagione storiografica, ha sottolineato Verga, favorisce i revisionismi perché "è stagione arida, che non costruisce, non inventa da spinte, desideri e bisogni civili forti, temi storiografici nuovi". C'è da chiedersi perché manca oggi la spinta ideale che portò ad esempio Franco Venturi a pubblicare negli anni '60 per la Ricciardi, una collana di scritti degli Illuministi italiani; quella fu un'operazione culturale di notevole rilevanza anche politica.
Quanto agli anni giacobini, potremmo chiamarlo "triennio repubblicano" con tutta ragione e con buona pace di Galli della Loggia, riavviando in termini nuovi il dibattito politico sul senso del radicalismo politico in contesto italiano. Prima va rinnovato il modo di studiare il triennio come momento di svolta e d'instaurazione di nuove categorie politiche: nazione, patria, cittadinanza qui ripensate - ad esempio, rileva C. Capra, da "luogo natio" e appartenenza regionale, "patria" inizia ad indicare l'appartenenza civica ad una nazione unitaria - e riassorbite poi in chiave moderata (che sarà la dominante) durante l'età risorgimentale.
I repubblicani radicali inventano letteralmente un'identità italiana unitaria, durante il triennio, come nel resto d'Europa, essendone stati i più intransigenti e "astratti" fautori. Verga ha ricordato anche la "debolezza dell'altro popolo", la borghesia italiana, in quegli anni di lotte. La tesi dell'"astrattezza" dei giacobini è di vecchia data, risale al celebre Saggio di Vincenzo Cuoco sulla Rivoluzione napoletana. Ma ad osservarla più da vicino, quell'astrattezza si rivela essere anche un più fine senso della realtà degli scopi rivoluzionari da raggiungere, che verranno poi riprogrammati dalle stesse élites moderate. G. Verucci ha introdotto la Tavola rotonda "Il giacobinismo, il Risorgimento e l'Europa", ricordando il lavoro pionieristico di D. Cantimori. Il movimento giacobino è definito come un insieme di aspirazioni, ideali, bisogni, sentiti, rozzamente espressi al tempo e rimasti a lungo dimenticati a causa di un vieto conformismo storiografico. Il triennio e il periodo napoleonico non rappresenterebbero le "origini del Risorgimento" ma della stessa Italia contemporanea, e si tratta di due concetti da tenere distinti (C. Capra).
E. Leso, con ottimi esempi, ha mostrato come in quel periodo nasca il vocabolario politico italiano moderno. In particolare, nella semantica di "politico" e "politica" si sono avuti spostamenti di senso rilevanti (lo si vede nel significato moderno assunto dalla locuzione "parlare di politica"), legati al riconoscimento di nuovi soggetti per la politica (una base più ampia di partecipazione), di nuovi oggetti (aspetti della vita di tutti i cittadini che hanno valenza politica: diritto alla sussistenza, all’assistenza ecc.), della molteplicità dei centri del potere (potere usato al plurale, specializzazione semantica della parola "governo"). Il lessico politico tradizionale si detecnicizza per il nuovo investimento affettivo che lo tocca ("repubblica", "democrazia", "popolo") e altri lessici speciali vengono politicizzati ("barbarie", "apostolato", ecc.). Questo tema dell’affettività del politico, inaugurato dai giacobini, torna in vari interventi, a cominciare da quello di C. Capra.
L'acquisizione del concetto di cittadinanza anche da parte dei gruppi femminili, secondo Verucci, è un'eredità forte del periodo giacobino passata all'Italia contemporanea, come lo fu la libertà dei culti nella Cisalpina, l'intervento dello Stato in ambiti di tradizionale competenza ecclesiastica: assistenza sociale, beneficenza, istruzione ecc. Non è un caso che il grande polverone odierno sulla "parità" scolastica viene sollevato nel momento di maggiore debolezza storica di quello "Stato" immaginato dai repubblicani del triennio. L'immagine che poi del giacobinismo si forgiarono gli uomini del Risorgimento, secondo Verucci, pare essere quella della grande Rivoluzione francese e dei suoi jacobins piuttosto che del triennio italiano.
A proposito dell’Italia del sud, G. Giarrizzo ha rimarcato il ruolo dei philosophes nella costruzione del movimento, organizzati in logge segrete e orditori di congiure. Nella particolare situazione italiana, il cambiamento progettato dai giacobini meridionali tra il '92 e il '94 è quasi sempre di natura terroristica: una dittatura militare guidata dalle élites. Questo elemento, insieme alle congiure, contraddistingue il movimento ed è un importante legato settecentesco al Risorgimento. Insurrezione, dittatura, governo provvisorio e quanto segue. Bisogna sfatare, secondo Giarrizzo, la leggenda che vuole il '99 e la caduta della Repubblica napoletana, come l'anno in cui venne meno allo stato meridionale la sua classe dirigente, fatta fuori dalla controrivoluzione. E' vero il contrario, in special modo per il caso siciliano, in quanto fu da quell'esperienza di governo che vennero fuori nuove categorie politiche e nuovi modelli di "governamentalità". Il problema è dunque quello di costruire una cultura di governo come eredità di un certo modello di diritto pubblico. La cultura politica dei rivoluzionari non era sommaria, competenze tecniche, militari, politiche e giuridiche si coniugavano bene, allora, e tuttavia non si ponevano nel contesto di un semplice problema di "Stato" ma di governo repubblicano. Certi modelli della cultura repubblicana si affermarono nel corso del decennio 1770-80, senza tuttavia produrre vere e proprie competenze di "governo". Ma, come insegnò Hegel, segreto ammiratore dei rivoluzionari, il paradosso della Rivoluzione consisté proprio in questo: non si impara a nuotare se non gettandosi in acqua e, innanzitutto, il diritto rivoluzionario s'afferma nel momento in cui riconosce che ogni diritto nasce da un atto di non-diritto, che appare tale solo al tempo in cui esso viene compiuto.
F. Della Peruta ha ricordato, a tal proposito, le idee del giovane Mazzini nel biennio '31/32, un Mazzini poco noto, il quale riteneva che il movimento rivoluzionario italiano doveva liberarsi dei ceppi della tirannia seguendo le orme dell'"antica Rivoluzione" compreso il Terrore con la sua "dura necessità" per spezzare il gioco delle "congiure dei preti aiutati dall'oro inglese". Si comprende perché il termine stesso "giacobino" diviene presto una parola pericolosa, da usare con cautela per definire il triennio repubblicano. Come ha ricordato G. Galasso, questo senz'altro non si riduce a congiure e terrorismo, ma presenta una geografia politica molto più complessa: moderati, liberali, democratici radicali si disputano un terreno d'azione autonoma ristretto, dominato dall'alternarsi delle vicende militari.
Il tema della "rivoluzione passiva", una delle materie caratteristiche del contendere storiografico, si basa su un confronto col modello francese dell’89 che spesso si presenta nella veste di un paradigma irrigidito. Questo confronto non sembra sia stato riconsiderato, se non da P. Viola, col suo discorso sulla mancanza di uno scontro politico violento, anzi sulla "poca politica" che si vede nell’Italia di quel periodo. In fondo, qui è implicito il presupposto che senza lo scontro politico molto ridotta diviene anche la possibilità di creare un consenso più ampio, un rapporto attivo tra i gruppi dirigenti e i ceti popolari, i quali potrebbero in quel caso schierarsi con i radicali, come in Francia prima della caduta di Robespierre. La questione della costruzione di un "consenso popolare" anima anche l’intervento di M. Caffiero sul tentativo di organizzare una nuova religione repubblicana, tema che richiama di nuovo l’attenzione sull’insufficienza politica e "affettiva" di un atteggiamento puramente pedagogico dei repubblicani verso il popolo. Sempre che si volesse coinvolgerla veramente, questa "plebe", con tutte le conseguenze che ciò avrebbe comportato: tale coinvolgimento interessava, per lo più, i "patrioti" (oltre che, sull’altro fronte, i controrivoluzionari), non certo i francesi direttoriali o i moderati italiani da cui, di fatto, dipesero le sorti delle Repubbliche sorelle.
C. Capra ha puntato il dito con acume sulla scissione dei "due popoli" - dicotomia che si diffrange in vario modo: plebe/intellettuali ricchi/poveri, colti/illetterati -, centrando l'analisi sul "carattere degli italiani". Quanto è stato rilevato da diversi autori, da Martinelli a Romeo, è sempre un oggetto di critica; quel "carattere" italiano, variamente definito, è ritenuto un elemento d’arretratezza dei rivoluzionari italiani nei confronti dei compagni degli altri paesi. Nasce qui una sorta di coscienza schizofrenica che fu anche quella del "Leopardi antitaliano" : il riconoscimento di un passato di grandezza, dell'esistenza di individualità straordinarie, di fronte all'apprensione di un presente collettivo "senza speranze".
"Il peso del destino futuro", secondo P. Viola, sta quindi nell'aver lottato in un luogo e in un ruolo vuoto; i giacobini italiani non sapevano esattamente come né dove costruire una nazione unitaria. Il peso del destino passato - i decenni di lotta culturale e politica dei movimenti filosofici, enciclopedisti in testa - giocò positivamente sul destino presente dei rivoluzionari francesi. Non così per gli italiani. Questi difendono, dal punto di vista del passato (riformista), un progetto di costruzione futura della patria unitaria che non si sa tuttavia dove costruire. Non si va mai al di là di una discussione sui progetti, su come adattare il concetto del diritto al "carattere degli italiani", lasciato ad un futuro da determinare, che pesa. Nel frattempo, un opuscolo gesuita filosanfedista definisce l'equazione, falsa ma che avrà gran futuro: ateismo=giacobinismo=patriottismo. I patrioti sembrano esser consapevoli del ritardo nell'azione organizzativa e che il progetto costituzionale è proiettato in un pesante, indeterminato futuro a cui si rimette il finale compimento. L. Guerci tuttavia non è d’accordo con Viola sull’assenza di lacerazioni politiche forti tra gli stessi radicali italiani e sul criterio discriminante del conflitto violento, a suo avviso insufficiente per misurare la "quantità di politica" presente nel triennio. Proprio perché secondo Guerci le differenze politiche ci sono, e sono forti (il carattere "passivo" della rivoluzione è occasione di lucidità), è d’accordo sull’uso che definisce "proprio" del termine giacobino: è la parte radicale del movimento democratico.
Quello che conta è la definizione chiara, sul modello del biennio' 92/94, del binomio libertà/uguaglianza, motore del giacobinismo italiano. La "fraternità" è cosa lontana, l'impossibilità di farne discorso rinvia al problema dei due popoli e della natura passiva della rivoluzione. Il campo semantico sovversivo non si definisce in modo compiuto, le differenze teoriche non prendono corpo in un dibattito politico che scivoli in una guerra di popolo consentita. Ma quello che più colpisce sono i connotati sotto i quali si presenta l'idea stessa di "libertà". Nulla di giuridico né di costituzionale, né libertà dei moderni (B. Constant), né libertà degli antichi, né libertà d'ancien régime (quella di tutelare le proprie gerarchie e comprensioni del mondo, consuetudini e diritti di parte). In molti giacobini è operante un'idea puramente filosofica, individualista, di libertà dell'uomo in società: "libertà di pensare ciò che appartiene al suo diritto e di migliorarsi" (Compagnoni, professore di diritto).
È questa l'idea che marcò, più di ogni altra, la solitudine e l'inefficacia della battaglia rivoluzionaria italiana.
 

 


 

 
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