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a cura di Paolo Quintili - quintili@uniroma2.it
Ultimo aggiornamento: 27 dicembre 1999





Immanuel Kant, Critica della facoltà di giudizio, a cura di E. Garroni e H. Hohenegger, Torino, Einaudi, 1999.

 

Ci caliamo nella lettura di questa nuova traduzione della Kritik der Urteilskraft (1790), capolavoro del Kant maturo, come nella fonte di un nuovo Lete. Cerchiamo di dimenticare le sviste, le imprecisioni, talvolta gli errori delle pur pregevoli traduzioni precedenti. E l'operazione, va detto, riesce. Leggiamo, finalmente, il kantiano Wohlgfallen come il "compiacimento" estetico (universale) – non semplice sinonimo del Lust o Gefuhl der Lust, il "piacere" o "sentimento del piacere" (particolare), così definito da Kant: "conseguenza dell'universale capacità di comunicazione dello stato dell'animo nella rappresentazione data" (§ 9). L'italiano "compiacimento" lascia, in più, risuonare semanticamente il concetto di Gemeinsinn: il "senso comune", concetto centrale della Kritik, che definisce il terreno di costruzione di un giudizio di gusto dotato di senso (§ 40). O, ancora, Zweck e Zweckmassigkeit, non sono più "fine" e "finalità" ma "scopo" e "conformità a scopi", resa che soddisfa le assonanze concettuali di espressioni importanti, come Zweckmassigkeit ohne Zweck: una "conformità a scopi senza scopo" che definisce il bello in una voluta eco del doppio Zweck, adeguatamente conservata.

Ci piace, infine, l'ascolto di "facoltà di giudizio", anziché "capacita di giudizio" o "Giudizio" tout court, perché proprio di una "facoltà dell'animo", alla Bacone (Instauratio Magna) o alla Wolff (Psychologia Rationalis), di un Vermogen, trattasi. Analoghi esempi costellano questa nuova edizione, e rinviamo quindi alle pagine della dettagliata Nota sulla traduzione di Hohenegger (LXXXI-LXXXV). Dalla "discesa in Lete" ne guadagna l'insieme del testo kantiano, le sue complesse articolazioni interne, in scorrevolezza, coerenza e uniformità di resa concettuale.

Veniamo ora all'Introduzione dei curatori, che è il merito maggiore di questa nuova edizione. La loro lettura di Kant decisamente innova la nostra percezione storica della grandezza della terza Critica. Garroni e Hohenegger esordiscono ("1. Tutto e il contario di tutto" , xi-xiv; "2. Tensioni e contrasti", xiv-xix) mettendo in adeguato rilievo la Wirkungsgeschichte e l'Interpretationsgeschichte, come due aspetti portanti della stessa storia interna della comprensione dell'opera. Prende importanza, per l'interpretazione attuale della terza Critica, il problema che la guida, "il problema interno della filosofia" messo in evidenza da Pantaleo Carabellese attraverso la lettura di Kant sul finire degli anni trenta, in aperta polemica con Croce e le interpretazioni in chiave hegeliana o hegelianeggiante dell'ultimo Kant. Per Carabellese, nelle lezioni raccolte in Il problema della filosofia in Kant. Guida allo studio dei Prolegomeni (a cura di F. Damonte, Verona, La Scaligera, 1938), il filosofo di Königsberg è il pensatore di una rivoluzione ideale che ha posto il problema interno della condizione dell'esserci della filosofia come di un sapere che domanda la propria legittimazione in quanto costruzione umana di un universale nel tempo. Quest'universale è il prodotto di una conquista storica. È un processo "che deve andare e va, se è un vero filosofare, nella profondità di questa presentazione storica dello spirito umano, ne è, in altre parole, la spiritualità immanente alla storia". In ultima analisi, "il merito di Kant è quello di aver portato il pensante nel medesimo campo indagato dal pensiero" (pp. 10-11, corsivo mio). Analoghe cose rifletteva e scriveva M. Heidegger nel celebre Kant e il problema della metafisica (1953), riconoscendo che nell'estetica trascendentale e, successivamente, nella Critica della facoltà di giudizio (KdU), è posto il problema di un'ontologia contemporanea della finitezza.

I traduttori si collocano, criticamente e con estrema originalità, in questa linea interpretativa. La loro lettura centra il nucleo di questioni legate al "problema interno": ad es. la questione della vita e quella della stessa possibilità di una filosofia critica, "il genuino e centrale "luogo teoretico" " della terza Critica che già L. Scaravelli indagò nelle sue Osservazioni sulla Critica del Giudizio (pp. xii-xiii): "La KdU, lungi dal poter essere considerata come un semplice complemento o, ancora meno, come un aggregato di temi, è piuttosto la Critica che riflette sull'esigenza di superare ogni aggregato (...) e impone di ricercare, criticamente e non dottrinariamente, il principio che consenta di fondarla" (p. xx). Il § 3 dell'Introduzione fa eco: "La formazione del progetto critico e la sua strutturazione tricotomica" (pp.xix-xxviii) mette in chiaro come tale progetto non conosca soluzioni di continuità, ma subisca le necessarie evoluzioni, esitazioni e trasformazioni di un "vero filosofare", mostrandocene le varie fasi. Dalla "conformità a scopi" (Zweckmässigkeit) in quanto principio ancora solo logico, che fa appello ad un "uso ipotetico" della ragione, nella prima Critica, alla stessa Zweckmässigkeit come principio trascendentale, soggettivo e regolativo, oggetto di una vera e propria deduzione, nella KdU: il percorso kantiano è unitario e frastagliato insieme.

La nuova facoltà specifica cui quel principio inerisce, la facoltà (riflettente) di giudizio per la conoscenza empirica, ha il compito, anzi regge metodicamente il compito di indagare il "terzo molteplice" (Scaravelli) delle leggi empiriche della natura organica, cui non basta più l'universalità determinante delle leggi intellettuali di una Natur im Allgemeine. Kant vi arriva a poco a poco, passando dal progetto di un Fondamento della critica del gusto (1787) ovvero Critica del gusto, fino alla KdU (1789). Mostrano gli interpreti, con dovizia di dettagli, come la teleologia, pur non avendo spazio nei titoli scelti da Kant per definire la terza Critica, svolge un ruolo dominante, essendo "la terza parte della filosofia, tra filosofia teoretica e filosofia pratica" (p. xxv). Questa facoltà di giudizio è un Phänomen, una "facoltà strana e peculiare, per un verso solo soggettiva, per altro verso criticamente più originaria rispetto alle altre facoltà, per un verso teorizzata al fine di completare il sistema delle facoltà, per altro verso delegata addirittura a fondarlo e renderlo possibile" (xxvi). La "stranezza" è spiegata attraverso le ragioni di quella più originaria criticità che dà conto della centralità del bello e dell' "anticipazione estetica" rispetto ad ogni forma di conoscenza e di pratica che si vogliano, secondo Kant, fondate razionalmente. Per agire e conoscere "secondo ragione" si ha bisogno del bello come principio e come esigenza "di sistema". Bellezza e verità ricostruite insieme, nel loro reciproco senso. Il compito è grandioso, la terza Critica si propone di fondarlo e ne fonda, insieme, la sua decisiva attualità.

Il § 4 dell'Introduzione dei curatori, "Condizioni per una nuova riflessione", inizia una lettura che segue il filo tricotomico argomentato da Kant stesso nell'Introduzione definitiva all'opera: se le divisioni della filosofia sono sintetiche, operando in base a concetti a priori, devono essere tripartite, in quanto istituiscono l'unione (terza parte) di una condizione (prima parte) e di un condizionato (seconda parte). Nei nove paragrafi dell'Introduzione definitiva, dunque, Kant segue un ritmo tricotomico che viene articolato in tre sottogruppi (§§ i-iii; iv-vi; vii-ix), ciascuno sottoposto allo stesso principio sintetico-critico. Quale dunque la "nuova condizione" di pensiero nella quale si muove Kant nei primi tre paragrafi, sotto il segno, appunto, della condizione? È il mondo della contingenza empirica delle leggi della natura; è il ponte o l'"abisso" che s'apre fra i domini, teoretico e pratico, della filosofia, "che pure la filosofia critica pone dinanzi a sé, come se fosse abilitata a parlare di entrambi e quindi a passare "dal modo di pensare secondo principi della natura al modo di pensare secondo principi della libertà" in virtù di un "fondamento dell'unità del soprasensibile che sta a fondamento della natura con quello che il concetto della libertà contiene praticamente" (ii, p. 12)" (xxix).

Ecco aprirsi, per Kant, il "campo illimitato" su cui opera la facoltà di giudizio che, non potendo occupare con concetti (niente dottrina del gusto o della teleologia in se) per conoscere il mondo, deve comunque poter occupare, problematicamente, con idee, per comprenderlo: Il dominio del "soprasensibile". Non per conoscerlo, ripetiamolo, ma per comprenderlo nella sua azione critica attraverso i diversi domini dell'esperienza storica dell'uomo (gnoseologia, morale arte: filosofie del finito). Ma di quali "idee" Kant tratta ? Una comprensione dotata di "senso condizionante" ha bisogno che "le idee siano collegate in qualche forma a concetti dell'intelletto e all'immaginazione stessa insieme e quindi nello stesso tempo in qualche modo al mondo sensibile" (xxix-xxx). Distinzione essenziale è quella tra "campo", "territorio" e "dominio" di applicazione e di legislazione dei concetti e degli oggetti delle facoltà. La Critica non è una dottrina, non ha un dominio proprio in cui i concetti siano legislativi (come lo sono per la facoltà conoscitiva); essa dispone, tuttavia, di un principio proprio – la "conformità a scopi" –  che gli consente di avere "un qualche territorio, con una costituzione tale per cui potrebbe essere valido appunto solo questo principio" (xxx). Per analogia Kant suppone che vi debba essere un comune fondamento, inconoscibile ma in qualche modo comprensibile, che unifichi le tre facoltà come sistema. E "l'analogia sarà addirittura lo strumento della facoltà di giudizio e della stessa filosofia, e va quindi giustificata trascendentalmente" (xxxi). Dove opera questo strumento principe della facoltà (riflettente) di giudizio che è l'analogia?

Entriamo così nel contesto discorsivo del paragrafo 5: "Un nuovo condizionato: il territorio dell'esperienza" (xxxii-xxxvi), seconda tricotomia dell'Introduzione articolata nei paragrafi centrali (iv-vi) stavolta sotto il segno del condizionato. Su questo terreno, "ad una riflessione estetica bisogna giungere attraverso la questione epistemologica perché poi quella risulti fondativa e della conoscenza empirica e della facoltà di giudizio in genere" (xxxii). Kant attua, poco a poco, una "promozione" della facoltà di giudizio – la Secunda Petri di cui parlò Scaravelli nelle sue Osservazioni – dall'empirico all'universale, dotato di un proprio principio a priori. S'inizia a distinguere, quindi, e ad articolare una Natur überhaupt, "natura in generale" nei riguardi della quale vale il solo giudizio determinante e sussuntivo (casus datæ legis), da un Besondere in der Natur, "dalla natura in quanto fenomeni particolari, rispetto alla quale la facoltà di giudizio è invece riflettente ("essendo dato solo il particolare (...) essa deve trovare l'universale")" (xxxiv).

Siamo al cuore del problema della terza Critica, il tema della natura del giudizio riflettente, sul terreno del condizionato dell'esperienza col quale esso si confronta, verso il concetto dell'unione della condizione ("l'abisso" fra teoria e prassi, la contingenza del sensibile/senso) e condizionato (territorio dell'esperienza, piacere e conformità a scopi). E i curatori ci forniscono, al riguardo, "Uno schema concettuale dell'opera" che non è affatto schematico, ma illustra dinamicamente la chiusa della terza tricotomia "che sta complessivamente sotto il segno dell'unione e si presenta come ricomprensione sintetica delle due tricotomie precedenti" (xxxvii). È il grande tema della seconda parte della KdU, il senso da dare, nel quadro del "sistema delle facoltà", ad una finalità soggettiva della natura per la nostra facoltà di giudizio. Gli autori sintetizzano il nesso col motivo della bellezza come modo particolare non di conoscere ma di apprendere in un certo modo l'oggetto : "Si tratta, quindi, al fine di individuare lo statuto proprio di quel principio, di trovare ciò che è appunto "semplicemente soggettivo" in una rappresentazione cioè la sua pura "qualità estetica" (costituita dal riferimento esclusivo della rappresentazione al soggetto), in opposizione alla sua "validità logica" (costituita dal suo riferimento all'oggetto)" (xxxviii). Nel riferimento al finito e alla soggettività come ad un tempo fondatrice e fondata dal/nel sensibile/senso - è quest'intreccio a rendere la singolare novità della lettura garroniana - prende corpo una vera e propria riforma della nozione di "trascendentale" ereditato dalla scolastica, "inteso qui non semplicemente come una condizione che si applichi all'empirico, ma come una condizione che può essere colta solo nell'empirico e attraverso l'empirico" (xxxix). Di nuovo: le fondamenta di un'articolata filosofia critica del finito.

Notiamo le conseguenze notevoli che, a mio avviso, se ne ricavano per una nuova, attuale recezione della KdU nel pensiero contemporaneo. Il "soggetto" kantiano è, si fondante, ma innanzitutto è prodotto di un contesto relazionale e materiale che affonda le proprie radici nell'esperienza del senso inteso nell'accezione più elementare di "natura sensibile umana". Il "senso comune" esprime proprio questo emergere della soggettività dall'attività di un'"interpretazione della/nella natura" sensibile dell'uomo, attraverso il sentimento di piacere e il suo nesso ad una conformità a scopi. Il Kant di Garroni e Hohenegger, nuovo, sfaccettato e complesso, è il meno "kantiano" che si sia mai letto e ascoltato fino ad oggi ! Ecco che gli interpreti ci mostrano come, in seguito al processo di formazione trascendentale ("riformato") di questa soggettività plurale, funzionale al senso (primario), "il principio della facoltà estetica di giudizio viene poi detto 'senso' o 'sentimento comune', cioè non un sentimento qualsiasi, ma un sentimento di un tipo assai speciale, caratterizzato dall'esigenza a priori di essere condiviso da ciascun giudicante" (xxxix), ossia da ciascun essere razionale, naturale e storico, finito.

Finalmente un Kant che parla la lingua dei nostri tempi , in cui il "gettare un ponte tra la facoltà di giudizio e la facoltà di desiderare" significa cercare ciò che le unisce nell'esperienza, da comprendere, per analogia con il "soprasensibile" morale che agisce tramite le nostre facoltà, nella e per l'esperienza stessa, e non nell'atto del "superare e conservare" l'un momento nell'altro, di hegeliana memoria. La funzione del "soprasensibile" non è da intendere in senso metafisico, né, ancor meno, teologico/teosofico, ma epistemologico. I curatori lo dicono chiaro: "La conformità a scopi estetica esiste, è possibile, in quanto è già contenuta, come possibilità della conoscenza d'esperienza in genere, nello stesso rapporto conoscitivo immaginazione-intelletto: perciò il problema critico-epistemologico era un passo essenziale verso la scoperta del principio, che è estetico, della facoltà di giudizio".

Arriviamo qui al nucleo interpretativo originale del pensiero di Garroni e Hohenegger, già espresso dal primo sin da Estetica ed epistemologia (Roma, 1976) e nelle opere successive. Cosa fa il gusto, cosa è in grado di operare il 'senso' della bellezza? "Sull'occasione di un oggetto o una rappresentazione data, si armonizzano l'intera immaginazione e l'intero intelletto e si predispone esteticamente l'ambito in cui è possibile una conoscenza empirica. Così che si può e si deve interpretare il 'senso comune' non solo come 'sentimento' ma anche come 'senso' quale condizione di significati che ci è data a priori e che ci garantisce in linea di principio che possiamo ritrovarci nella natura, dove il poter ritrovarci non significa affatto che ci ritroveremo di fatto necessariamente, essendo il senso sempre insidiato dal non senso" (xliii).

Nei paragrafi successivi i curatori sviluppano ed estendono le implicazioni contenute in questa feconda traccia interpretativa. Sono i temi del passaggio analogico dal dominio della natura a quello della libertà; l'unione, ancora, analogica tra sensibile e soprasensibile: tra l'indeterminatezza del soprasensibile intellettuale e la sua determinazione razionale pratica, sta la determinabilità analogica della facoltà di giudizio. Sono i temi, anzi il cuore stesso del tema della KdU, affrontato nel paragrafo 7: "Analogia, libero schematismo, esibizione simbolica" (xlvi-liv) e nei seguenti, in cui Garroni e Hohenegger mostrano infine all'opera la funzione/meccanismo della facoltà di giudizio che smuove, per dir così, l'intero sistema della ragione pura: l'analogia o, meglio, la funzione degli atti analogici della facoltà di giudizio, la quale investe l'operato delle altre facoltà nel campo delle scienze empiriche come in quello delle arti, belle e non.

Il testo qui (ri)tradotto - si tratta della quarta traduzione della KdU disponibile per il lettore italiano - presenta insomma, a ridosso di fine secolo, un Kant all'altezza dei tempi, pronto ad essere messo a confronto, in modo fecondo, con gli esiti più avanzati delle stesse ricerche empiriche nel campo delle scienze della natura (umana) e, come utile strumento critico, con il variegato dominio delle attività artistiche in genere. Il lettore attento non potrà che esserne grato ai curatori.

Paolo Quintili 
 

 

 

 
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