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a cura di Paolo Quintili, Carlo Cappa, Girolamo De Liguori e Christophe Paillard
Ultimo aggiornamento: 16 dicembre 2004




Numero monografico della rivista telematica «Filosofia moderna»

anno 1, n°1, novembre 2004

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La determinazione, il determinismo




1. Storia del concetto. Età moderna, filosofia, etica

 

È a Immanuel Kant (1724-1804) che si deve la prima, accertata utilizzazione del termine «determinismo» in filosofia, nel contesto delle discussioni sul libero arbitrio condotte nell’opera La religione nei limiti della sola ragione (1794). L’uso del concetto cade in un’importante osservazione a piè di pagina della Annotazione generale, dal titolo: «Del modo come l’originaria disposizione al bene si ristabilisca nella sua forza», che Kant pone a conclusione del capitolo 1: «Della coesistenza del principio cattivo accanto a quello buono o del male radicale nella natura umana». Contrariamente a gran parte degli Illuministi europei, il filosofo di Königsberg, cresciuto alla scuola del pietismo tedesco, parte dal presupposto che esiste nell’uomo un «male radicale», ossia una tendenza radicata nell’umanità in quanto specie, a deviare dalla retta massima della moralità e della coscienza morale, anche nei casi in cui il soggetto ne è perfettamente cosciente. Il «male» ha un fondamento soggettivo, umano – esiste solo in quanto l’uomo può essere cattivo – radicato nella costitutiva struttura ontologico/trascendentale della natura umana, la quale manifesta quindi, come caratteristica propria, quella di essere moralmente libera. Essa, in quanto specie, può determinarsi al bene come al male, ma anzitutto è spinta naturalmente al secondo piuttosto che al primo (la «radice» del «legno storto» dell’umanità è malvagia). Il retaggio del rigorismo pietistico è evidente, nell’interpretazione filosofica che Kant offre qui del mito cristiano del peccato e della caduta. Nel momento, tuttavia, in cui si tratta, da ultimo, di ristabilire l’incondizionatezza e l’imperatività della legge morale, Kant tiene ad affermare la priorità di quest’ultima, malgrado tutto (malgrado il «male radicale»), sul piano della coscienza soggettiva, per cui la coscienza stessa della legge morale – con la sua cogenza, vincolo, santità ecc. – precede sempre il concetto della libertà dell’arbitrio. In altre parole, la legge morale precede la libertà di fare il bene o il male. Le ragioni di tale primato della coscienza morale sulla libertà, afferma Kant, sono impenetrabili:

 

Bisognerà che ciascuno confessi che non sa se, capitandogli un tal caso [di poter sormontare tutti i moventi naturali che spingono a trasgredire la legge morale], non cederebbe nel suo proposito. Ma, ciò non di meno, il dovere gli comanda incondizionatamente: tu devi rimanere fedele alla legge; quindi ciascuno con ragione conclude ch’egli è nella condizione necessaria di potervi  anche rimanere; ed allora il suo arbitrio è libero (Die Religion innerhalb der Grenzen der bloßen Vernunft; trad. it,. a cura di M. Olivetti, Laterza, Roma-Bari 1995, p. 53).

 

Kant conclude così che è inutile fare appello al «determinismo» per dar conto di questa «proprietà impenetrabile» di attenersi liberamente al comando della legge morale. Il determinismo è qui inteso come «espressione indicante la determinazione dell’arbitrio mediante ragioni interne sufficienti», da non confondersi con

 

il predeterminismo, secondo il quale le azioni volontarie, in quanto avvenimenti, hanno le loro ragioni determinanti nel tempo anteriore (che, come ciò che in sé racchiude, non è più in nostro potere), possa essere conciliabile con la libertà, secondo la quale, tanto il fare quanto il non fare un’azione, bisogna che sia in potere del soggetto, al momento del suo accadere (Ibidem).

 

La posizione del problema del determinismo etico e la nascita dell’-ismo stesso non poteva essere più chiara e ha, dietro di sé una lunga storia, la storia della «cosa»: la determinazione (Bestimmung) o il determinare (Bestimmen) in quanto tale,  come atto umano, logico, temporale, etico, di attuare e sottostare a leggi, norme, principi. Per Kant, alla scuola di Leibniz e fedele al «principio di ragion sufficiente», non è in questione il determinismo come insieme di cause o ragioni interne che bastano a spiegare un fenomeno, un’azione ecc. ma piuttosto, nel caso dell’azione morale, si tratta del potere del soggetto a compiere o meno una determinata azione. Questione di potenza e di forza morali presenti nel soggetto. Dietro Kant si staglia l’ombra enorme di Spinoza e dell’Ethica more geometrico demonstrata (1670, postumo) punto d’avvio della riflessione moderna sul determinismo, insieme alle precedenti formulazioni che del problema aveva dato Cartesio, nel Discorso sul metodo (II, la questione della «morale provvisoria») e i cartesiani «ortodossi» (Malebranche, Mersenne ecc.)  ed «eterodossi» (Spinoza, Regius e i materialisti clandestini, autori, tra l’altro, del Traité des trois imposteurs). A Spinoza verrà dedicato, in questo numero, un’attenzione particolare.

Tornando alla Religion, la minaccia alla libertà dell’arbitrio e, conseguentemente, all’equilibrio della coscienza morale e dei suoi (buoni) propositi, non starebbe, secondo Kant, dalla parte del determinismo ma piuttosto da quella del predeterminismo, per ovvie ragioni:

 

                Non c’è nessuna difficoltà a conciliare il concetto della libertà con l’idea di Dio in quanto Essere necessario [che determina cioè i casi delle azioni umane]; perché la libertà non consiste nella contingenza dell’azione (non dice che quest’azione non sia determinata da motivi), non consiste cioè nell’indeterminismo (secondo il quale bisognerebbe che Dio potesse ugualmente compiere il bene o il male, affinché la sua azione dovesse essere chiamata libera), ma consiste nella spontaneità assoluta, che è in pericolo solo con il predeterminismo, nel quale la ragione determinante l’azione è nel tempo passato, e perciò mi determina così irresistibilmente che l’azione attuale non è più in mio potere, ma nella mano della natura. Ma siccome in Dio non si può concepire nessuna successione di tempo, questa difficoltà cade allora da se stessa (Ibidem, p. 54).

 

E nell’uomo ? Se le ragioni sufficienti delle sue azioni stanno (come stanno sempre) dietro di lui, nella storia della sua esistenza, dei suoi dubbi, bisogni, passioni, dolori, piaceri ecc. che ne è della libertà dell’arbitrio? L’uomo, allora, non è così assolutamente, anche se contingentemente, predeterminato? Non è ogni vero determinismo, per l’uomo, un predeterminismo? La domanda resta taciuta, come un’implicita aporia che il testo kantiano non arriva a sciogliere, ma che ha saputo porre, con estrema coerenza, in modo veramente magistrale.

 

 

2. Età moderna e contemporanea, filosofia, scienze naturali

 

Secondo Kant –  conclusione del primo capitolo della Religion – c’è bisogno, ragionevolmente – a seguire i dettami appunto di una «religione entro i limiti della nuda (bloße) ragione» –  della Grazia divina per sormontare le difficoltà del predeterminismo legate alla fragilità della natura umana, inficiata dal «male radicale». Invero, già una lunga tradizione di pensiero ateo e libertino, che può esser fatta risalire all’età rinascimentale di area italiana, su fino ai cartesiani eterodossi, aveva in molteplici modi rilevato «la cosa» in questione, che Kant stesso rileva: ossia il fatto che, in ambito etico, esiste una costitutiva predeterminazione dell’uomo rispetto alle forze 1/ della natura in generale e 2/ della storia particolare, dei condizionamenti, caratteri, tipi ecc. propri di ciascun individuo, assolutamente indipendente dal sentimento religioso. Kant lo sapeva bene, tant’è che nel sistema della filosofia trascendentale, la branca della scienza fisica – regno della natura e della necessità meccanica – di cui si occupa la Critica della ragione pura teoretica, è accuratamente distinta dalla branca della morale – regno dei fini e della libertà – di cui deve occuparsi una Critica della ragione pura pratica. Il dovere morale, per Kant, non è sottoposto a leggi la cui necessità è di tipo meccanico. Il dovere, cioè, come la libertà, è un fatto della ragione e si esplica attraverso massime o imperativi soggetti sempre alla contingenza dell’azione e ai limiti della soggettività morale. Il superamento della condizionatezza, biologica e storica, si attuerà, da ultimo – e potrà attuarsi compiutamente – solo sul terreno di una religione pura razionale che integri la Grazia e la libertà umana in seno al sistema delle cause contingenti, le quali spingono, possono spingere, l’uomo tanto sul versante della legge morale quanto sulla china del «male radicale».

Con questa soluzione del problema del determinismo Kant – il quale, in etica, era un convinto antideterminista e libertario – compie un duplice balzo, insieme in avanti e indietro. In avanti, in quanto sancisce, sulla scia di Cartesio, la definitiva separazione del dominio della scienza della natura dalla morale, l’una regno della necessità, l’altra della libertà. Tuttavia, ciò facendo, di fronte al problema aperto dell’unità dell’esperienza e del sapere umani – l’unità dei due domini, natura e morale –, Kant torna indietro rispetto al passo compiuto da Spinoza e dai materialisti riguardo il determinismo, consistente :

1/ o nel negare semplicemente la libertà umana come assoluta spontaneità (libero arbitrio) e, insieme, l’esistenza di un suo garante metafisico (Dio), per ricercare le radici della libertà nella natura stessa, nella determinazione naturale e nella sua ratio;

2/ o nell’identificare Dio – ovvero, in termini kantiani, il Principio incondizionato della catena (totalità) delle condizioni empiriche – con la Natura stessa e le sue leggi (Deus, sive natura), rendendo immanente all’esperienza il  principio della sua condizionatezza.

Kant riaffida al potere della Grazia e a una religione pura razionale il compito di saldare le «due nature» dell’uomo – quella razionale e quella morale, la materiale e la spirituale – e i correlativi ambiti di legalità, per non dover incorrere nella coerente conclusione spinozista – monista: c’è una sola natura, quella materiale e razionale, comunque si voglia intendere «natura» e «ragione» – del problema del determinismo (o, nei suoi termini, del «predeterminismo»).

In ambito scientifico si deve ad un altro grande pensatore e teorico francese della stessa epoca, Pierre Simon de Laplace (1749-1827), la formulazione dell’ipotesi cosmologica determinista sulla formazione del sistema solare che porta il suo (loro) nome, nell’Esposizione del sistema del mondo (1796) – l’ipotesi detta «di Kant-Laplace», che Kant formulò per primo nella Storia generale della natura e teoria del cielo (1755), sull’origine del cosmo dalla condensazione gravitazionale meccanica di una nebulosa originaria di materia interstellare –, e la messa a punto, nel medesimo contesto di una spiegazione meccanica generale del mondo fisico, di una teoria deterministica dell’universo che ebbe gran successo nel corso dell’Ottocento, espressa da Laplace nel Saggio filosofico sulla probabilità (1814) : «Noi dobbiamo considerare lo stato presente dell’universo come l’effetto di un dato stato anteriore e come le causa di ciò che sarà in avvenire. Una intelligenza che, in un dato istante,  conoscesse tutte le forze che animano la natura e la rispettiva posizione degli esseri che la costituiscono, e che fosse abbastanza vasta per sottoporre tutti i dati alla sua analisi, abbraccerebbe in un’unica formula i movimenti dei più grandi corpi dell’universo come quello dell’atomo più sottile; per una tale intelligenza tutto sarebbe chiaro e certo e così l’avvenire come il passato le sarebbero presenti».

Il determinismo scientifico, in età moderna e contemporanea, dopo Kant e Laplace, concernerà prevalentemente il problema della determinabilità meccanica dei fatti di natura, secondo leggi e/o condizioni di possibilità che stabiliscono i limiti del loro essere oggetti di conoscenza razionale. Un altro fisico e astronomo francese, Jospeh J. Lefrançois de Lalande (1732-1807) sintetizzò in una formula più semplice il senso di questo determinismo nella pratica della scienze della natura : «è l’insieme delle condizioni necessarie atte a determinare un fenomeno dato».

La questione spinosa del determinismo etico, che pure è inseribile in questa stessa linea di problemi, sembrò, dopo la formulazione kantiana della Legge morale come imperativo categorico (Critica della ragione pratica, 1788) la cui proprietà originaria è impenetrabile (donde la necessità della Grazia),  messa da parte come un retaggio di tempi antichi (Democrito, Epicuro ecc.) anche se risorto a nuova vita e di recente memoria. – Spinoza, lo «spinozismo» ateo e il materialismo, d’altronde, avevano conosciuto un’efficace censura, anche da parte delle punte più avanzate della filosofia occidentale moderna. Rousseau, Condillac, Hume, Reid, Hegel ecc., nelle loro evidenti divergenze speculative, sono d’accordo su un fatto: di ritenere il materialismo deterministico, in etica, pericoloso e, in ultima istanza, fallace. Dagli studi più recenti sul problema, infine, si ricava un quadro delle soluzioni proposte, anche in età contemporanea, che vede nel determinismo materialistico un’ipotesi sulla difensiva, di fronte al proliferare di teorie indeterministiche più à la page (vedi M. De Caro, Il libero arbitrio. Una introduzione, Laterza, Roma-Bari 2004, pp. 11-20, cap. II: «Libertà e determinismo», pp. 56-86).

Su un altro versante è stato a ragione osservato: «La ‘crisi delle ideologie’ è destinata, secondo alcuni, a travolgere lo stesso spirito scientifico. L’irrompere del ‘Caso’ implicherebbe un esito fatale per la scienza, nata per prevedere, finita invece con l’evocare il non prevedibile. L’epilogo andrebbe salutato come liberatorio: l’emergere del ‘Caso’ vanificherebbe le mire di dominio della scienza, moderna metafisica. Un’analisi di queste posizioni – condotta lungo le teorie storiche e sociali, la genetica, la termodinamica classica e dissipativi, i giochi d’azzardo, le ‘catastrofi’, la casualità logica, la meccanica quantistica e relativistica – mostra però che di una vigenza di principio del ‘Caso’ non può a rigore parlarsi; l’evocazione del ‘Caso’ copre semplicemente problemi ancora aperti nella scienza moderna. Lungi dall’implicare effetti liberalizzanti, l’indeterminismo di principio rischia semmai di bloccare la ricerca, con esiti ‘tirannici’. Resta il problema della fondatezza delle verità scientifiche. Qualora non si pretendano criteri assoluti di demarcazione, la scienza può assumere ragionevoli connotati, congrui alle mondane faccende» (G. I. Giannoli, Il Caso, un tiranno. Elogio della curiosità, Milano, F. Angeli, 1986; vedi anche, nel sito, Bibliografia).

Il proposito di questo numero monografico di «Filosofia Moderna» è di spezzare una lancia in favore di questa tradizione materialista minoritaria e 'perdente' anche in rapporto al senso comune, per rimettere in gioco la partita del determinismo – e del suo oggetto: la determinazione – da punti di vista diversi, talora critici: della filosofia morale, della storia delle idee, dell’epistemologia, delle teorie e dei metodi scientifici in quanto tali, in una prospettiva unitaria.


 

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© 2004 Paolo Quintili 

 
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