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editoriale
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cosa parliamo quando parliamo di estetica?
L'estetica, oggi, sembra voler dire troppe cose: produce discorsi che nemmeno più si incentrano sul termine (che già di per sé tendeva all'illimitato) di «arte». Sembra poter parlare di tutto, sembra patire di un eccesso di legittimità. Ed è raro imbattersi in qualche tentativo di focalizzare i momenti storici che hanno così efficacemente - forse troppo efficacemente - contribuito a legittimarla. Forse, tutto è iniziato nel momento in cui si è deciso che l'estetica non dovesse più definirsi in primo luogo come la scienza del conoscere il mondo tramite i sensi, ma avesse il compito di parlare del mondo in maniera altrimenti mediata, parlando cioè dell'arte - trovandosi poi a fare i conti con la «morte dell'arte», o a vedere necessaria una filosofia dell'arte «non più bella», finché un'ontologia speciale, l'ontologia dell'opera d'arte, rifiutando la nozione «volgare» di verità come adaequatio, ha abbandonato anche quella di mimesis, mentre l'intera categoria dell'arte sfumava in quella di «estetizzazione» come derealizzazione del mondo. Dunque, l'estetica parla ormai di molte cose (e spesso non parla più nemmeno di cose). Soprattutto, di estetica si parla in molte lingue, in molti modi, a volte incompatibili fra loro. Se questo è il quadro, andrà affrontato criticamente. Innanzitutto, però, tale quadro va conosciuto, nella sua complessità e nelle sue contraddizioni. Un mezzo efficace per presentarlo può essere un insieme di pagine in rete che, da un lato, voglia fare conoscere tutte le diverse maniere in cui l'estetica ha inteso e intende se stessa, prima ancora di svilupparsi secondo le scelte delle diverse scuole filosofiche. E che, dall'altro, permetta una discussione e una critica in tempo reale, innanzitutto sulle definizioni di questa disciplina. Dichiarati
così i nostri due scopi, invitiamo alla collaborazione
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